SANT'ANDREA APOSTOLO - PARROCCHIA SANT'ANDREA APOSTOLO

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Sant'Andrea Apostolo


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SANT'ANDREA APOSTOLO

                eroi e tstimoni di oggi
RICORDANDO UN AUTENTICO CRISTIANO:

    MARIO CERCIELLO REGA
Stralci dell’omelia di Mons. Marcianò:
 
 
“Basta! Basta piangere servitori dello Stato, giovani figli di una Nazione che sembra aver smarrito quei valori per i quali essi arrivano a immolare la vita! Valori che, dice Gesù, ci fanno essere «sale» della terra, sale che insaporisce, purifica, custodisce e ci fa «gustare la bontà del Signore» (Salmo 33[34]).
 
La morte di Mario risveglia in noi, in qualche modo, la nostalgia del sapore buono di valori come la legalità, la solidarietà, il coraggio, la pace…, troppo spesso sostituito dai sapori estremi del benessere, della violenza, delle dipendenze, che alterano il gusto della vita e non rendono capaci di custodirla.
 
Sì, davanti a questa morte ci rendiamo meglio conto di quanto valga la vita, ogni vita umana, e di come ogni popolo, religione, società, debba edificarsi sul comandamento che è a fondamento della giustizia e dell’umana convivenza: «Non uccidere»! …
 
Mario ha creduto che non c’è giustizia senza rispetto della vita; ha saputo gustare la sua vita con pienezza e gioia, vivere e morire per custodire la vita altrui
 
 
 
 
 
Lo ha fatto nel suo lavoro. Sconvolti, i suoi colleghi riferiscono di come incarnasse a perfezione la missione del carabiniere, con competenza e destrezza ma anche con una dedizione e una cura della persona superiori a ogni regolamento scritto; era capace – abbiamo sentito da tante testimonianze – di vegliare una notte intera in ospedale, accanto a una madre vedova e alla figlia, o di provvedere ai pasti e alla dignità dei criminali arrestati. Sì, ha servito persino la vita dei criminali, anche di colui che lo ha accoltellato e che, certamente, egli avrebbe voluto difendere dal dramma terribile della droga che disumanizza e rende vittime dei mercanti di morte, soprattutto i giovani. Voi giovani, invece, siete ricchi di tanti doni e potenzialità, come Mario, un giovane meraviglioso che ha scoperto il sapore dell’esistenza non nello “sballo” ma nel dono di sé: nel volontariato di barelliere all’Ordine di Malta, nell’essere uomo dei poveri e ultimi, dei senzatetto con i quali condivideva il suo tempo libero, i suoi averi, il suo sorriso.
 
E il suo sorriso ha occupato in questi giorni le prime pagine dei giornali, testimonianza di una non comune capacità di donare amore, amicizia, gioia. Era la sua vita, perciò ha potuto servire la vita fino alla fine, offrendo una lezione indimenticabile che lascia senza parole e ha fermato l’Italia, con una partecipazione di popolo poche volte registrata. Molti piangono un amico, un fratello: «Mancherà a tutti», ha detto in una delle interviste il suo comandante. E tu, cara Maria Rosaria, senti di aver perso tutto, perché Mario era la tua vita, così come era la forza e il sostegno della vita della famiglia: di te, mamma Silvia, del fratello Paolo, dell’amata sorella Lucia, custodita ancor più teneramente da quando il padre era tornato in Cielo.
A 22 anni entra in clausura: rinuncia e sacrificio? Dio ti dà il centuplo
Libertà e clausura. Un ossimoro per molti, non per chi ha questa vocazione. Lo ha testimoniato una giovane ragazza di Madrid che poco tempo fa è entrata nel monastero di Avila
 
Non c’è nulla di più scandalizzante per il mondo di una bella e giovane ragazza che non solo decide di dare la vita a Cristo, ma che sceglie di entrare in un monastero di clausura. E’ quello che ha fatto pochi giorni fa Lucia Lopez de Aragon Olesti, una giovanissima di Madrid di 22 anni, lasciando gli studi, la carriera e la sua vita quotidiana per entrare nel convento carmelitano di San José ad Avila, il primo monastero fondato da Santa Teresa.
 
Il 22 agosto scorso, infatti, Lucia ha iniziato la sua forma vocazionale e ha voluto spiegare agli amici e alla sua generazione perché si è lasciata alle spalle la sua vecchia vita. Non pretende di venire capita e, forse, non lo ritiene indispensabile. «Voglio essere una monaca di clausura, e non un altro tipo di religiosa, perché è lì che Dio mi ha chiamato. Abbiamo bisogno di ogni tipo di vocazione, anche la chiusura», ha spiegato in una video-intervista. «Per me è un modo di rispondere con la stessa radicalità con cui Cristo è morto e ha dato se stesso per noi».
 
Molti l’hanno avvertita che potrebbe sbagliarsi. «Mi importa del qui e dell’ora», lei risponde. Né ha paura di lasciare la sua vita precedente. «So che all’inizio mi costerà, ma sono convinta che Dio mi renderà felice nel convento, quindi non ho timori». Da quando ha scoperto questa vocazione su di sé «mi sono resa conto della pace così profonda che Dio mette nel tuo cuore quando accetti la Sua volontà». La prima volta che ha percepito la chiamata è stato durante la Giornata Mondiale della Gioventù nel 2016, soltanto due anni fa. «Fui presa dal panico, quella vita non mi ispirava affatto». Tuttavia, dopo aver a lungo riflettuto con il suo confessore spirituale se questa era davvero la strada che Dio le indicava, «ogni giorno dicevo di sì, dei piccoli sì, e la paura scomparve poco a poco lasciando spazio ad una grande pace nel mio cuore».
 
Lucia ha anche affrontato i pregiudizi di molti, anche di tanti cattolici, verso questa scelta. Ma come? Ti chiudi in quattro mura, tutta la vita? «Molte persone credono che la clausura è solo rinuncia e sacrificio, quando in realtà Dio ti dà il centuplo. C’è molto più da guadagnare e molta più gioia da vivere rispetto a quello a cui devo rinunciare». Per questo, dice, «non mi costa nulla lasciare vestiti, trucco o internet, perché l’amore che Dio ti trasmette è davvero molto più grande». Privarsi della libertà? Affatto, «non sono limitata nella libertà per l’essere rinchiusa, perché la libertà non finisce quando sei tra quattro mura. Quando sei nella tua stanza e devi studiare, non è che hai meno libertà. Semplicemente stai facendo quel che devi fare».
 
La clausura è una vita di preghiera, innanzitutto. Ritenuta legittimamente inutile da tanti, ma non dalla Chiesa. Papa Francesco pochi giorni fa, incontrando le suore benedettine, ha ricordato che «il motto “Ora et labora” pone la preghiera al centro della vostra vita. Ogni giorno, la vostra preghiera arricchisce, per così dire, il “respiro” della Chiesa. Il valore della vostra preghiera non si può calcolare, ma è sicuramente un regalo preziosissimo. Dio ascolta sempre le preghiere dei cuori umili e pieni di compassione». Preghiera, lavoro ma anche comunità, compagnia con le consorelle.
 
Ma, forse, lo scandalo e l’incomprensione maggiore nasce dal concetto di libertà, da tutti (o quasi), concepito come possibilità di fare quel che si vuole, assenza di limiti o legami, indipendenza totale. Ed è vero il contrario. Innanzitutto lo dimostra la tristezza e l’insoddisfazione, perenne, di chi ha “libertà” di far tutto e vuole sempre di più. E non gli basta mai. «Si, però, liberi da che cosa?». La vera libertà è, paradossalmente, una dipendenzada Colui che risponde al significato dell’esistenza. La vera libertà è il non dover più scegliere, perché si è già trovato quel di cui si ha davvero bisogno. Tale dipendenza la si può vivere fuori o dentro al monastero, dipende dalla forma vocazionale di ognuno. Ma, come ha detto la badessa Maria Cecilia, del monastero di clausura delle benedettine di Fermo (Marche): «Nel Monastero c’è quanto è necessario, non di più! “Il di più” ci distrae da Dio». La fonte della libertà.
Martirio di S. Andrea Apostolo da una lettera scritta originariamente in latino dai sacerdoti delle chiese d'Acaia
I. Tutti noi sacerdoti e diaconi delle chiese d'Acaia, scriviamo a tutte le chiese costituite nel nome del Cristo a oriente e a occidente, a mezzogiorno e a settentrione, il racconto del martirio del santo Apostolo Andrea, del quale siamo stati testimoni oculari.
Pace a voi e a tutti coloro che credono in un solo Dio, perfetto nella Trinità, vero Padre e dimora nel Figlio e che il Figlio unico è colui che egli ha generato.
Noi abbiamo appreso questa fede da sant'Andrea, Apostolo di Nostro Signore Gesù Cristo del quale ci accingiamo a raccontare, come meglio ci sarà possibile, il martirio, dopo esserne stati testimoni.
II. Il proconsole Egea, entrato nella città di Patrasso, si pose a costringere coloro che credevano in Cristo a sacrificare agli idoli. Andrea gli andò davanti e gli disse: « Sarebbe necessario che tu, che sei stato stabilito giudice dagli uomini, riconoscessi il tuo giudice che è nel cielo e gli rendessi onore, perchè egli è il vero Dio, e che rendendogli onore distogliessi il tuo spirito da quelli che non sono veramente dei ».
Egea rispose: «Sei tu, Andrea, che distruggi i templi degli dei e persuadi gli uomini ad aderire ad una setta superstiziosa, e che gli imperatori romani hanno da poco scoperto e ordinato di annientare».
Andrea rispose: «Gli imperatori romani ignorano ancora che il Figlio di Dio, venuto a questo mondo per la salvezza degli uomini, ha insegnato che quegli idoli non sono dei, ma demoni detestabili e nemici del genere umano che spingono gli uomini a diffondere Dio, fin che essendo offeso egli si distolga da loro e non li esaudisca più e in tal modo essi divengano prigionieri del diavolo, il quale li inganna fino a quando muoiono colpevoli e nudi, portando con loro solo i loro peccati.
X. Allora Egea irritato ordinò che fosse confitto alla croce, dopo aver prescritto ai carnefici di legargli le mani e i piedi in maniera di tenderglieli come su un cavalletto, affinché, confitto alla croce, non morisse rapidamente, ma sostenesse le sofferenze di un supplizio prolungato.
Mentre i carnefici lo conducevano al patibolo, si fece un grande assembramento di popolazione che gridava e diceva: «Che delitto ha commesso quest'uomo giusto e amico di Dio per essere condannato alla croce?»
Ma Andrea pregava il popolo di non opporsi al supplizio, e andava pieno di gioia e di esultanza e non cessava le sue esortazioni. Giunto al punto in cui era stata preparata la croce e scorgendola da lontano, gridò ad alta voce «Salute, o croce, consacrata dal corpo del Cristo e ornata dalle sue membra come da perle. Prima che il Signore fosse stato innalzato su di te, tu ispiravi una paura umana, ma ora, sorgente d'amore celeste, sei divenuta infinitamente desiderabile. I credenti conoscono le gioie che sono in te e le ricompense che tu prepari. Io vengo a te sicuro e gioioso, affinché tu riceva nell'allegrezza me, discepolo di colui che è stato infisso in te, perché ti ho sempre amato e ho desiderato abbracciarti O buona croce alla quale le membra del Signore hanno con­ferito splendore e bellezza, croce lungamente desiderata, fedelmente amata, assiduamente cercata, preparata ai miei ar­denti desideri, ricevimi di tra gli uomini e rendimi al mio Maestro, affinché colui che mi ha riscattato per tuo mezzo mi riceva anche per tuo mezzo ».
 
Cosi parlando si svesti e diede le sue vesti ai carnefici. Questi lo alzarono sulla croce, tesero tutto il corpo con funi e lo sospesero nel modo in cui era stato loro ordinato.
XI. Una folla di circa ventimila uomini era presente, e fra essi il fratello di Egea, di nome Stratocle, gridava col popolo che il santo era posto al supplizio in virtù di una iniqua sentenza. Ma Sant'Andrea dava conforto alle anime di coloro che credevano nel Cristo, esortandole all'accettazione delle pene passeggere e assicurando loro che il supplizio è nulla in proporzione al compenso di un premio eterno.
XII. Tuttavia il popolo si dirigeva gridando alla casa di Egea. Tutti gridavano che un uomo santo, casto, che inse¬gnava solo il bene, pio, modesto e ragionevole non avrebbe dovuto essere suppliziato, ma tolto dalla croce, perché, messo in croce da due giorni, non desisteva dal predicare la verità.
XIII. Allora Egea per timore del popolo, promise di farlo togliere dalla croce e andò con loro. Vedendolo sant'Andrea disse: «Perché vieni a noi, Egea? Se vuoi credere nel Cristo, il cammino del perdono ti è aperto, come ti ho promesso. Ma se tu sei venuto solo per liberarmi, non potrò essere deposto vivo da questa croce, perché vedo già il mio Re, io l'adoro, sono alla sua presenza e piango sulla tua disgrazia, perché la morte eterna ti è preparata e ti attende. Affrettati, infelice, mentre ancora puoi, che tu non lo voglia quando non potrai più».
XIV. Mettendo le mani sulla croce i carnefici non poterono in alcun modo raggiungere il suppliziato. Essi tentavano di svincolarlo l'uno dopo l'altro, ma nessuno poteva raggiungerlo. Le braccia di tutti coloro che le tendevano per liberarlo si trovavano senza forza. Allora sant'Andrea disse ad alta voce: «Signore Gesù Cristo, buon maestro, non permettete che io sia deposto da questa croce prima che tu abbia ricevuto la mia anima...». E mentre parlava così, una luce abbagliante, simile a un lampo piombato dal cielo, lo circondò alla vista di tutti, a tal punto che nessun occhio umano poteva guardarlo. E persistette intorno una mezz'ora, e quando la luce dileguò, egli rese l'anima, che se ne andò con quella luce verso il Signore, al quale sia la gloria nei secoli dei secoli.



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Data Ultimo Aggiornamento del Sito: 03/10/2019
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