Papa - Parrocchia S. Andrea Apostolo - Santa Maria Capua Vetere

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Papa


DALL'OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO NELLA CAPPELLA DI S. MARTA DEL 6 MARZO 2018
PERDONARE PER ESSERE PERDONATI
«Purtroppo» e «a patto che»: con queste due espressioni Papa Francesco ha spiegato cosa è e come si vive davvero e fino in fondo il perdono. Nella messa celebrata martedì mattina 6 marzo 2018 a Santa Marta, il Pontefice ha suggerito di non aver vergogna ad accusare se stessi di essere «purtroppo» peccatori. E ha ricordato che il Signore è sempre pronto a perdonarci «a patto che» noi perdoniamo gli altri.
«Sempre in questo cammino di conversione che è la Quaresima oggi la Chiesa ci fa riflettere sul perdono» ha fatto subito notare il Papa, chiedendosi: «Cosa è il perdono? Da dove viene il perdono?». Per rispondere a questi interrogativi Francesco ha preso le mosse dalle «due letture di oggi» che, ha detto, «possiamo spiegare con due parole semplici: purtroppo e a patto che». Sono proprio queste «le due parole del messaggio di oggi: purtroppo e a patto che».
Nella prima lettura, tratta dal libro di Daniele (3, 25.34-43) «Azaria, nella fornace di fuoco, prega il Signore e chiede: “Non ci abbandonare fino in fondo, Signore, guardaci”». Azaria «era nella fornace perché non aveva voluto adorare l’idolo: adorava soltanto Dio». E infatti «lui non rimprovera Dio, non dice: “Ma guarda, io mi sono esposto per te, ho messo la faccia per te e tu così mi paghi?”». Dunque Azaria «non dice questo; va alla radice» e domanda: «Perché succede questo a me e al nostro popolo? Perché abbiamo peccato. Tu sei grande Signore, tu sei grande. Tu ci hai salvati sempre ma, purtroppo, abbiamo peccato. Noi volevamo servirti ma, purtroppo, siamo peccatori».
Proprio «in quel momento — ha rilanciato il Pontefice — Azaria confessa il proprio peccato: il peccato del popolo. Accusa se stesso». E difatti «l’accusa di noi stessi è il primo passo verso il perdono: “Signore, non ritirare da noi la tua misericordia. Siamo diventati piccoli, abbiamo peccati. Potessimo essere accolti con il cuore contrito, con lo spirito umiliato!”». Ecco dunque l’accusa a se stessi: «Abbiamo peccato, tu sei grande, purtroppo ho peccato».
«Accusare se stessi è parte della saggezza cristiana» ha insistito il Papa. Certo non è saggezza cristiana «accusare gli altri». Bisogna invece accusare «se stessi» e affermare: «io ho peccato». E «quando noi ci accostiamo al sacramento della penitenza», ha suggerito Francesco, bisogna «avere questo in mente: Dio grande che ci ha dato tante cose e purtroppo io ho peccato, io ho offeso il Signore e chiedo salvezza». Ma «se io vado al sacramento della confessione, della penitenza, e incomincio a parlare dei peccati altrui, non so cosa cerco» ha affermato il Papa: sicuramente «non cerco il perdono». Piuttosto «cerco di giustificarmi e nessuno può giustificare se stesso, soltanto Dio ci giustifica».
«Mi viene in mente — ha confidato Francesco — quell’aneddoto storico di una signora che si è accostata al confessionale e ha incominciato a parlare della suocera: cosa faceva la suocera, come la faceva soffrire». E «passati quindici minuti il confessore le dice: “Signora, sta bene, lei ha confessato i peccati di sua suocera, adesso confessi i propri”».
«Tante volte andiamo a chiedere perdono al Signore giustificandoci, vedendo quale cosa cattiva hanno fatto gli altri», ha ribadito il Pontefice. Ma l’atteggiamento giusto è riconoscere che, «purtroppo, io ho peccato». Insomma «accusare se stesso». E «questo piace al Signore, perché il Signore riceve il cuore contrito». A questo proposito sono chiare le parole di Azaria: «Non c’è delusione per coloro che confidano in te». Perché «il cuore contrito dice la verità al Signore: “Io ho fatto questo, Signore, ho peccato contro di te”». Ma «il Signore gli tappa la bocca, come il papà al figliol prodigo, non lo lascia parlare: il suo amore lo copre, perdona tutto».
«Accusare noi stessi», dunque. «Quando io vado a confessarmi, cosa faccio? Mi giustifico o mi accuso?» è la domanda posta da Francesco. Con il suggerimento di «non avere vergogna, lui ci giustifica: “Signore, tu sei grande, mi hai dato tante cose, purtroppo, ho peccato”».
«Il Signore ci perdona, sempre e non una volta» ha rilanciato il Pontefice. «A noi — ha aggiunto — dice di perdonare settanta volte sette, sempre, perché lui perdona sempre: “Io ti perdono, ma a patto che tu perdoni gli altri”». E facendo riferimento al passo evangelico di Matteo (18, 21-35), il Papa ha fatto presente che «se tu vai a chiedere perdono al Signore come questo impiegato, il Signore lo perdona! Ma poi se l’impiegato non perdona il suo collega...». E così, ha aggiunto, «il perdono di Dio viene forte in noi, a patto che noi perdoniamo gli altri». Ma, ha avvertito Francesco, «non è facile questo perché il rancore mette il nido nel nostro cuore e sempre c’è quella amarezza». Infatti «tante volte portiamo con noi l’elenco delle cose che mi hanno fatto: questo mi ha fatto quello, mi ha fatto quello, mi ha fatto questo». Senza perdonare.
«Un confessore — ha proseguito il Pontefice condividendo un’altra confidenza — mi ha detto, una volta, che si è trovato in difficoltà quando è andato a dare i sacramenti a un’anziana che stava per morire. Si è confessata bene l’anziana dei suoi peccati e, anche, ha raccontato storie di famiglia. E lui ha detto: “Ma signora, lei perdona a questi familiari?” — “No, non perdono”». La donna, ha affermato il Papa, era «attaccata all’odio, il diavolo l’aveva incatenata a quell’odio». E così «quell’anziana — anziana! — che era per morire diceva: “non perdono”». Il confessore, ha detto Francesco, ha cercato di parlarle di Gesù, che era buono e lei diceva che sì, era buono e così ha girato, ha girato, ha girato e le ha detto: “Ma lei crede che Gesù è buono?” — “Sì, sì”». E il confessore ha «dato l’assoluzione, ma l’odio la schiavizzava».
«Ti perdono, a patto che tu perdoni gli altri: queste sono le due cose che ci aiuteranno per capire la strada del perdono» ha concluso il Pontefice. E poi si deve «dare gloria a Dio: “Tu sei grande, Signore, mi hai fatto tante cose buone, purtroppo ho peccato. Perdonami” — “Sì, ti perdono, settanta volte sette, a patto che tu perdoni gli altri”». Che «il Signore — ha aggiunto — ci faccia capire queste cose».
Martedì, 6 marzo 2018



OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO NELLA CAPPELLA DI S. MARTA DELL'8 MAGGIO 2015
È il Dio sconosciuto a muovere le acque della Chiesa e tutte le volte che i cristiani, a partire dagli Apostoli, si sono confrontati con franchezza e nel dialogo, e non fomentando tradimenti e “cordate” interne, hanno sempre compreso la cosa giusta da fare, grazie all’ispirazione dello Spirito Santo. Francesco dimostra questo assunto riandando, guidato dagli Atti degli Apostoli, alle situazioni di confronto e di scontro che la prima comunità cristiana si trova a vivere.
Dialogo tra fratelli, non "cordate" di nemici
Il brano del giorno narra della conclusione del primo Concilio di Gerusalemme, che stabilì, dopo non poche frizioni, le poche e semplici regole che i nuovi convertiti al Vangelo dovevano osservare. Il problema, ricorda Francesco, è che in precedenza si era accesa una lotta intestina tra quelli che definisce i “chiusi” – gruppo di cristiani “molto attaccati alla legge” che volevano “imporre le condizioni dell’ebraismo ai nuovi cristiani” – e Paolo di Tarso, l’Apostolo dei pagani, decisamente contrario a questa costrizione:
“Come risolvono il problema? Si riuniscono e ognuno dà il suo giudizio, dà la sua opinione.
Discutono ma come fratelli e non come nemici. Non fanno le cordate fuori per vincere, non vanno dai poteri civili per vincere, non uccidono per vincere. Cercano il cammino della preghiera e il dialogo. Questi che erano proprio su posizioni opposte dialogano e si mettono d’accordo. Questa è opera dello Spirito Santo”.
Lo Spirito muove verso l'armonia
La decisione finale, sottolinea Francesco, viene presa nella concordia. Ed è su questa base che viene scritta a fine Concilio la lettera da inviare ai “fratelli” che “provengono dai pagani”, nella quale ciò che viene comunicato è frutto di una condivisione ben diversa dalle manovre e dalle schermaglie messe in campo da quanti seminano "zizzania":
“Una Chiesa dove mai ci sono problemi del genere mi fa pensare che lo Spirito non sia tanto presente.
E in una Chiesa dove sempre si discute e ci sono cordate e si tradiscono i fratelli l’un l’altro, lì non vi è lo Spirito!
Lo Spirito è quello che fa la novità, che muove la situazione per andare avanti, che crea nuovi spazi, che crea la saggezza che Gesù ha promesso: ‘Egli vi insegnerà!’. Questo muove, ma è anche quello che alla fine crea l’unità armoniosa fra tutti”.
Fedeli ai "movimenti" dello Spirito
L’ultima osservazione di Papa Francesco è sulla frase adottata per concludere la lettera. Parole che rivelano l’anima della concordia cristiana, non un semplice atto di buona volontà ma un frutto dello Spirito Santo:
“Questo è quello ci insegna oggi questa Lettura, che ci insegna il primo Concilio ecumenico. ‘E’ parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi': quella è la formula, quando lo Spirito ci mette tutti d’accordo. Adesso continuiamo la celebrazione eucaristica e chiediamo al Signore Gesù, che sarà presente fra noi, che ci invii sempre lo Spirito Santo, a noi, a ognuno di noi. Che lo invii alla Chiesa e che la Chiesa sappia essere fedele ai movimenti che fa lo Spirito Santo”.

LETTERA DI PAPA FRANCESCO ALLE FAMIGLIE


Care famiglie,
mi presento alla soglia della vostra casa per parlarvi di un evento che, come è noto, si svolgerà nel prossimo mese di ottobre in Vaticano. Si tratta dell’Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei Vescovi, convocata per discutere sul tema "Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione". Oggi, infatti, la Chiesa è chiamata ad annunciare il Vangelo affrontando anche le nuove urgenze pastorali che riguardano la famiglia.
Questo importante appuntamento coinvolge tutto il Popolo di Dio, Vescovi, sacerdoti, persone consacrate e fedeli laici delle Chiese particolari del mondo intero, che partecipano attivamente alla sua preparazione con suggerimenti concreti e con l’apporto indispensabile della preghiera. Il sostegno della preghiera è quanto mai necessario e significativo specialmente da parte vostra, care famiglie. Infatti, questa Assemblea sinodale è dedicata in modo speciale a voi, alla vostra vocazione e missione nella Chiesa e nella società, ai problemi del matrimonio, della vita familiare, dell’educazione dei figli, e al ruolo delle famiglie nella missione della Chiesa. Pertanto vi chiedo di pregare intensamente lo Spirito Santo, affinché illumini i Padri sinodali e li guidi nel loro impegnativo compito. Come sapete, questa Assemblea sinodale straordinaria sarà seguita un anno dopo da quella ordinaria, che porterà avanti lo stesso tema della famiglia. E, in tale contesto, nel settembre 2015 si terrà anche l’Incontro Mondiale delle Famiglie a Philadelphia. Preghiamo dunque tutti insieme perché, attraverso questi eventi, la Chiesa compia un vero cammino di discernimento e adotti i mezzi pastorali adeguati per aiutare le famiglie ad affrontare le sfide attuali con la luce e la forza che vengono dal Vangelo.
Vi scrivo questa lettera nel giorno in cui si celebra la festa della Presentazione di Gesù al tempio. L’evangelista Luca narra che la Madonna e san Giuseppe, secondo la Legge di Mosè, portarono il Bambino al tempio per offrirlo al Signore, e che due anziani, Simeone e Anna, mossi dallo Spirito Santo, andarono loro incontro e riconobbero in Gesù il Messia (cfr Lc 2,22-38). Simeone lo prese tra le braccia e ringraziò Dio perché finalmente aveva "visto" la salvezza; Anna, malgrado l’età avanzata, trovò nuovo vigore e si mise a parlare a tutti del Bambino. È un’immagine bella: due giovani genitori e due persone anziane, radunati da Gesù. Davvero Gesù fa incontrare e unisce le generazioni! Egli è la fonte inesauribile di quell’amore che vince ogni chiusura, ogni solitudine, ogni tristezza. Nel vostro cammino familiare, voi condividete tanti momenti belli: i pasti, il riposo, il lavoro in casa, il divertimento, la preghiera, i viaggi e i pellegrinaggi, le azioni di solidarietà… Tuttavia, se manca l’amore manca la gioia, e l’amore autentico ce lo dona Gesù: ci offre la sua Parola, che illumina la nostra strada; ci dà il Pane di vita, che sostiene la fatica quotidiana del nostro cammino.
Care famiglie, la vostra preghiera per il Sinodo dei Vescovi sarà un tesoro prezioso che arricchirà la Chiesa. Vi ringrazio, e vi chiedo di pregare anche per me, perché possa servire il Popolo di Dio nella verità e nella carità. La protezione della Beata Vergine Maria e di san Giuseppe accompagni sempre tutti voi e vi aiuti a camminare uniti nell’amore e nel servizio reciproco. Di cuore invoco su ogni famiglia la benedizione del Signore.
Dal Vaticano, 2 Febbraio 2014
Festa della Presentazione del Signore

FRANCESCO


Il Papa a S. Marta il 24 Aprile 2014: evitiamo di essere "cristiani pipistrelli" impauriti dalla luce della gioia

Ci sono cristiani che hanno paura della gioia della Risurrezione che Gesù ci vuole donare e la loro vita sembra un funerale, ma il Signore risorto è sempre con noi: è quanto ha affermato il Papa durante la Messa presieduta a Santa Marta.
Il Vangelo proposto dalla liturgia del giorno racconta l’apparizione di Cristo risorto ai discepoli. Al saluto di pace del Signore i discepoli, invece di gioire – afferma il Papa nell’omelia - restano "sconvolti e pieni di paura", pensando "di vedere un fantasma". Gesù cerca di far capire loro che è realtà quello che vedono, li invita a toccare il suo corpo, si fa dare da mangiare. Li vuole condurre alla "gioia della Risurrezione, la gioia della sua presenza fra di loro". Ma i discepoli – osserva il Papa – "per la gioia non credevano, non potevano credere, perché avevano paura della gioia":

"E’ una malattia dei cristiani questa. Abbiamo paura della gioia. E’ meglio pensare: ‘Sì, sì, Dio esiste, ma è là; Gesù è risorto, è là’. Un po’ di distanza. Abbiamo paura della vicinanza di Gesù, perché questo ci dà gioia. E così si spiegano tanti cristiani di funerale, no? Che la loro vita sembra un funerale continuo. Preferiscono la tristezza e non la gioia. Si muovono meglio non nella luce della gioia, ma nelle ombre, come quegli animali che soltanto riescono ad uscire nella notte, ma alla luce del giorno no, non vedono niente. Come i pipistrelli. E con un po’ di senso dell’umorismo possiamo dire che ci sono cristiani pipistrelli che preferiscono le ombre alla luce della presenza del Signore".

Ma "Gesù, con la sua Risurrezione – ha proseguito il Papa - ci dà la gioia: la gioia di essere cristiani; la gioia di seguirlo da vicino; la gioia di andare sulla strada delle Beatitudini, la gioia di essere con Lui":

"E noi, tante volte, o siamo sconvolti, quando ci viene questa gioia, o pieni di paura o crediamo di vedere un fantasma o pensiamo che Gesù è un modo di agire: ‘Ma noi siamo cristiani e dobbiamo fare così’. Ma dov’è Gesù? ‘No, Gesù è in Cielo’. Tu parli con Gesù? Tu dici a Gesù: ‘Io credo che Tu vivi, che Tu sei risorto, che Tu sei vicino a me, che Tu non mi abbandoni’? La vita cristiana deve essere questo: un dialogo con Gesù, perché - questo è vero - Gesù sempre è con noi, è sempre con i nostri problemi, con le nostre difficoltà, con le nostre opere buone".

Quante volte – ha detto infine Papa Francesco – noi cristiani "non siamo gioiosi, perché abbiamo paura!". Cristiani che "sono stati sconfitti" nella croce:

"Nella mia terra c’è un detto, che dice così: ‘Quando uno si brucia con il latte bollente, dopo, quando vede la mucca, piange’. E questi si erano bruciati con il dramma della croce e hanno detto: ‘No, fermiamoci qui; Lui è in Cielo; ma benissimo, è risorto, ma che non venga un’altra volta qui, perché non ce la facciamo’. Chiediamo al Signore che faccia con tutti noi quello che ha fatto con i discepoli, che avevano paura della gioia: che apra la nostra mente: ‘Allora, aprì loro la mente per comprendere le Scritture’; che apra la nostra mente e che ci faccia capire che Lui è una realtà vivente, che Lui ha corpo, che Lui è con noi e che Lui ci accompagna e che Lui ha vinto. Chiediamo al Signore la grazia di non avere paura della gioia".

PROFESSIONE DI FEDE E OMELIA DI PAPA FRANCESCO
CON I VESCOVI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
(23 MAGGIO 2013)
Il Santo Padre Francesco dopo l’indirizzo di saluto del Cardiale Bagnasco, ha pronunciato le seguenti parole:

Ringrazio Vostra Eminenza per questo saluto e complimenti anche per il lavoro di questa Assemblea. Grazie tante a tutti voi. Io sono sicuro che il lavoro è stato forte perché voi avete tanti compiti.
Primo: la Chiesa in Italia – tutti - il dialogo con le istituzioni culturali, sociali, politiche, che è un compito vostro e non è facile.
Anche il lavoro di fare forte le Conferenze regionali, perché siano la voce di tutte le regioni, tanto diverse; e questo è bello. Anche il lavoro, io so che c’è una Commissione per ridurre un po’ il numero delle diocesi tanto pesanti.
Non è facile, ma c’è una Commissione per questo. Andate avanti con fratellanza, la Conferenza episcopale vada avanti con questo dialogo, come ho detto, con le istituzioni culturali, sociali, politiche.  è  cosa vostra. Avanti!


Omelia di Papa Francesco per la Santa Messa, la benedizione e l'imposizione delle ceneri, pronunuciata nella Basilica di Santa Sabina mercoledì 5 marzo 2014:



«Laceratevi il cuore e non le vesti» (Gl 2,13).

Con queste penetranti parole del profeta Gioele, la liturgia ci introduce oggi nella Quaresima, indicando nella conversione del cuore la caratteristica di questo tempo di grazia. L’appello profetico costituisce una sfida per tutti noi, nessuno escluso, e ci ricorda che la conversione non si riduce a forme esteriori o a vaghi propositi, ma coinvolge e trasforma l’intera esistenza a partire dal centro della persona, dalla coscienza. Siamo invitati ad intraprendere un cammino nel quale, sfidando la routine, ci sforziamo di aprire gli occhi e le orecchie, ma soprattutto aprire il cuore, per andare oltre il nostro "orticello".

Aprirsi a Dio e ai fratelli. Sappiamo che questo mondo sempre più artificiale ci fa vivere in una cultura del "fare", dell’"utile", dove senza accorgercene escludiamo Dio dal nostro orizzonte. Ma anche escludiamo l’orizzonte stesso! La Quaresima ci chiama a "riscuoterci", a ricordarci che noi siamo creature, semplicemente che noi non siamo Dio. Quando io guardo nel piccolo ambiente quotidiano alcune lotte di potere per occupare spazi, io penso: questa gente gioca a Dio Creatore. Ancora non si sono accorti che non sono Dio.

E anche verso gli altri rischiamo di chiuderci, di dimenticarli. Ma solo quando le difficoltà e le sofferenze dei nostri fratelli ci interpellano, soltanto allora possiamo iniziare il nostro cammino di conversione verso la Pasqua. E’ un itinerario che comprende la croce e la rinuncia. Il Vangelo di oggi indica gli elementi di questo cammino spirituale: la preghiera, il digiuno e l’elemosina (cfr Mt 6,1-6.16-18). Tutti e tre comportano la necessità di non farsi dominare dalle cose che appaiono: quello che conta non è l’apparenza; il valore della vita non dipende dall’approvazione degli altri o dal successo, ma da quanto abbiamo dentro.

Il primo elemento è la preghiera. La preghiera è la forza del cristiano e di ogni persona credente. Nella debolezza e nella fragilità della nostra vita, noi possiamo rivolgerci a Dio con fiducia di figli ed entrare in comunione con Lui. Dinanzi a tante ferite che ci fanno male e che ci potrebbero indurire il cuore, noi siamo chiamati a tuffarci nel mare della preghiera, che è il mare dell’amore sconfinato di Dio, per gustare la sua tenerezza.

La Quaresima è tempo di preghiera, di una preghiera più intensa, più prolungata, più assidua, più capace di farsi carico delle necessità dei fratelli; preghiera di intercessione, per intercedere davanti a Dio per tante situazioni di povertà e di sofferenza.
Il secondo elemento qualificante del cammino quaresimale è il digiuno. Dobbiamo stare attenti a non praticare un digiuno formale, o che in verità ci "sazia" perché ci fa sentire a posto.
Il digiuno ha senso se veramente intacca la nostra sicurezza, e anche se ne consegue un beneficio per gli altri, se ci aiuta a coltivare lo stile del Buon Samaritano, che si china sul fratello in difficoltà e si prende cura di lui.

Il digiuno comporta la scelta di una vita sobria, nel suo stile; una vita che non spreca, una vita che non "scarta". Digiunare ci aiuta ad allenare il cuore all’essenzialità e alla condivisione. E’ un segno di presa di coscienza e di responsabilità di fronte alle ingiustizie, ai soprusi, specialmente nei confronti dei poveri e dei piccoli, ed è segno della fiducia che riponiamo in Dio e nella sua provvidenza.
Terzo elemento, l’elemosina: essa indica la gratuità, perché nell’elemosina si dà a qualcuno da cui non ci si aspetta di ricevere qualcosa in cambio. La gratuità dovrebbe essere una delle caratteristiche del cristiano, che, consapevole di aver ricevuto tutto da Dio gratuitamente, cioè senza alcun merito, impara a donare agli altri gratuitamente. Oggi spesso la gratuità non fa parte della vita quotidiana, dove tutto si vende e si compra. Tutto è calcolo e misura.

L’elemosina ci aiuta a vivere la gratuità del dono, che è libertà dall’ossessione del possesso, dalla paura di perdere quello che si ha, dalla tristezza di chi non vuole condividere con gli altri il proprio benessere. Con i suoi inviti alla conversione, la Quaresima viene provvidenzialmente a risvegliarci, a scuoterci dal torpore, dal rischio di andare avanti per inerzia. L’esortazione che il Signore ci rivolge per mezzo del profeta Gioele è forte e chiara: «Ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12).

Perché dobbiamo ritornare a Dio? Perché qualcosa non va bene in noi, non va bene nella società, nella Chiesa e abbiamo bisogno di cambiare, di dare una svolta. E questo si chiama avere bisogno di convertirci! Ancora una volta la Quaresima viene a rivolgere il suo appello profetico, per ricordarci che è possibile realizzare qualcosa di nuovo in noi stessi e attorno a noi, semplicemente perché Dio è fedele, è sempre fedele, perché non può rinnegare se stesso, continua ad essere ricco di bontà e di misericordia, ed è sempre pronto a perdonare e ricominciare da capo. Con questa fiducia filiale, mettiamoci in cammino!




DISCORSO DEL SANTO PADRE  DEL 06-03-2014
DURANTE L'INCONTRO CON I PARROCI E I SACERDOTI DELLA DIOCESI DI ROMA


Quando insieme al Cardinale Vicario abbiamo pensato a questo incontro, gli ho detto che avrei potuto fare per voi una meditazione sul tema della misericordia. All’inizio della Quaresima riflettere insieme, come preti, sulla misericordia ci fa bene. Tutti noi ne abbiamo bisogno. E anche i fedeli, perché come pastori dobbiamo dare tanta misericordia, tanta!
Il brano del Vangelo di Matteo che abbiamo ascoltato ci fa rivolgere lo sguardo a Gesù che cammina per le città e i villaggi. E questo è curioso. Qual è il posto dove Gesù era più spesso, dove lo si poteva trovare con più facilità? Sulle strade. Poteva sembrare che fosse un senzatetto, perché era sempre sulla strada. La vita di Gesù era nella strada. Soprattutto ci invita a cogliere la profondità del suo cuore, ciò che Lui prova per le folle, per la gente che incontra: quell’atteggiamento interiore di "compassione", vedendo le folle, ne sentì compassione. Perché vede le persone "stanche e sfinite, come pecore senza pastore". Abbiamo sentito tante volte queste parole che forse non entrano con forza. Ma sono forti! Un po’ come tante persone che voi incontrate oggi per le strade dei vostri quartieri… Poi l’orizzonte si allarga, e vediamo che queste città e questi villaggi sono non solo Roma e l’Italia, ma sono il mondo… e quelle folle sfinite sono popolazioni di tanti Paesi che stanno soffrendo situazioni ancora più difficili…
Allora comprendiamo che noi non siamo qui per fare un bell’esercizio spirituale all’inizio della Quaresima, ma per ascoltare la voce dello Spirito che parla a tutta la Chiesa in questo nostro tempo, che è proprio il tempo della misericordia. Di questo sono sicuro. Non è solo la Quaresima; noi stiamo vivendo in tempo di misericordia, da trent’anni o più, fino adesso.
1. Nella Chiesa tutta è il tempo della misericordia.
Questa è stata un’intuizione del beato Giovanni Paolo II. Lui ha avuto il "fiuto" che questo era il tempo della misericordia. Pensiamo alla beatificazione e canonizzazione di Suor Faustina Kowalska; poi ha introdotto la festa della Divina Misericordia. Piano piano è avanzato, è andato avanti su questo.
Nell’Omelia per la Canonizzazione, che avvenne nel 2000, Giovanni Paolo II sottolineò che il messaggio di Gesù Cristo a Suor Faustina si colloca temporalmente tra le due guerre mondiali ed è molto legato alla storia del ventesimo secolo. E guardando al futuro disse: «Che cosa ci porteranno gli anni che sono davanti a noi? Come sarà l’avvenire dell’uomo sulla terra? A noi non è dato di saperlo. E’ certo tuttavia che accanto a nuovi progressi non mancheranno, purtroppo, esperienze dolorose. Ma la luce della divina misericordia, che il Signore ha voluto quasi riconsegnare al mondo attraverso il carisma di suor Faustina, illuminerà il cammino degli uomini del terzo millennio». E’ chiaro. Qui è esplicito, nel 2000, ma è una cosa che nel suo cuore maturava da tempo. Nella sua preghiera ha avuto questa intuizione.
Oggi dimentichiamo tutto troppo in fretta, anche il Magistero della Chiesa! In parte è inevitabile, ma i grandi contenuti, le grandi intuizioni e le consegne lasciate al Popolo di Dio non possiamo dimenticarle. E quella della divina misericordia è una di queste. E’ una consegna che lui ci ha dato, ma che viene dall’alto. Sta a noi, come ministri della Chiesa, tenere vivo questo messaggio soprattutto nella predicazione e nei gesti, nei segni, nelle scelte pastorali, ad esempio la scelta di restituire priorità al sacramento della Riconciliazione, e al tempo stesso alle opere di misericordia. Riconciliare, fare pace mediante il Sacramento, e anche con le parole, e con le opere di misericordia.
2. Che cosa significa misericordia per i preti?
Mi viene in mente che alcuni di voi mi hanno telefonato, scritto una lettera, poi ho parlato al telefono… "Ma Padre, perché Lei ce l’ha con i preti?". Perché dicevano che io bastono i preti! Non voglio bastonare qui…
Domandiamoci che cosa significa misericordia per un prete, permettetemi di dire per noi preti. Per noi, per tutti noi! I preti si commuovono davanti alle pecore, come Gesù, quando vedeva la gente stanca e sfinita come pecore senza pastore. Gesù ha le "viscere" di Dio, Isaia ne parla tanto: è pieno di tenerezza verso la gente, specialmente verso le persone escluse, cioè verso i peccatori, verso i malati di cui nessuno si prende cura… Così a immagine del Buon Pastore, il prete è uomo di misericordia e di compassione, vicino alla sua gente e servitore di tutti. Questo è un criterio pastorale che vorrei sottolineare tanto: la vicinanza. La prossimità e il servizio, ma la prossimità, la vicinanza!… Chiunque si trovi ferito nella propria vita, in qualsiasi modo, può trovare in lui attenzione e ascolto… In particolare il prete dimostra viscere di misericordia nell’amministrare il sacramento della Riconciliazione; lo dimostra in tutto il suo atteggiamento, nel modo di accogliere, di ascoltare, di consigliare, di assolvere… Ma questo deriva da come lui stesso vive il sacramento in prima persona, da come si lascia abbracciare da Dio Padre nella Confessione, e rimane dentro questo abbraccio… Se uno vive questo su di sé, nel proprio cuore, può anche donarlo agli altri nel ministero. E vi lascio la domanda: Come mi confesso? Mi lascio abbracciare? Mi viene alla mente un grande sacerdote di Buenos Aires, ha meno anni di me, ne avrà 72… Una volta è venuto da me. E’ un grande confessore: c’è sempre la coda lì da lui… I preti, la maggioranza, vanno da lui a confessarsi… E’ un grande confessore. E una volta è venuto da me: "Ma Padre…", "Dimmi", "Io ho un po’ di scrupolo, perché io so che perdono troppo!"; "Prega… se tu perdoni troppo…". E abbiamo parlato della misericordia. A un certo punto mi ha detto: "Sai, quando io sento che è forte questo scrupolo, vado in cappella, davanti al Tabernacolo, e Gli dico: Scusami, Tu hai la colpa, perché mi hai dato il cattivo esempio! E me ne vado tranquillo…". E’ una bella preghiera di misericordia! Se uno nella Confessione vive questo su di sé, nel proprio cuore, può anche donarlo agli altri.
Il prete è chiamato a imparare questo, ad avere un cuore che si commuove. I preti - mi permetto la parola - "asettici" quelli "di laboratorio", tutto pulito, tutto bello, non aiutano la Chiesa. La Chiesa oggi possiamo pensarla come un "ospedale da campo". Questo scusatemi lo ripeto, perché lo vedo così, lo sento così: un "ospedale da campo". C’è bisogno di curare le ferite, tante ferite! Tante ferite! C’è tanta gente ferita, dai problemi materiali, dagli scandali, anche nella Chiesa... Gente ferita dalle illusioni del mondo… Noi preti dobbiamo essere lì, vicino a questa gente. Misericordia significa prima di tutto curare le ferite. Quando uno è ferito, ha bisogno subito di questo, non delle analisi, come i valori del colesterolo, della glicemia… Ma c’è la ferita, cura la ferita, e poi vediamo le analisi. Poi si faranno le cure specialistiche, ma prima si devono curare le ferite aperte. Per me questo, in questo momento, è più importante. E ci sono anche ferite nascoste, perché c’è gente che si allontana per non far vedere le ferite… Mi viene in mente l’abitudine, per la legge mosaica, dei lebbrosi al tempo di Gesù, che sempre erano allontanati, per non contagiare… C’è gente che si allontana per la vergogna, per quella vergogna di non far vedere le ferite… E si allontanano forse un po’ con la faccia storta, contro la Chiesa, ma nel fondo, dentro c’è la ferita… Vogliono una carezza! E voi, cari confratelli - vi domando - conoscete le ferite dei vostri parrocchiani? Le intuite? Siete vicini a loro? E’ la sola domanda…
3. Misericordia significa né manica larga né rigidità.
Ritorniamo al sacramento della Riconciliazione. Capita spesso, a noi preti, di sentire l’esperienza dei nostri fedeli che ci raccontano di aver incontrato nella Confessione un sacerdote molto "stretto", oppure molto "largo", rigorista o lassista. E questo non va bene. Che tra i confessori ci siano differenze di stile è normale, ma queste differenze non possono riguardare la sostanza, cioè la sana dottrina morale e la misericordia. Né il lassista né il rigorista rende testimonianza a Gesù Cristo, perché né l’uno né l’altro si fa carico della persona che incontra. Il rigorista si lava le mani: infatti la inchioda alla legge intesa in modo freddo e rigido; il lassista invece si lava le mani: solo apparentemente è misericordioso, ma in realtà non prende sul serio il problema di quella coscienza, minimizzando il peccato. La vera misericordia si fa carico della persona, la ascolta attentamente, si accosta con rispetto e con verità alla sua situazione, e la accompagna nel cammino della riconciliazione. E questo è faticoso, sì, certamente. Il sacerdote veramente misericordioso si comporta come il Buon Samaritano… ma perché lo fa? Perché il suo cuore è capace di compassione, è il cuore di Cristo!
Sappiamo bene che né il lassismo né il rigorismo fanno crescere la santità. Forse alcuni rigoristi sembrano santi, santi… Ma pensate a Pelagio e poi parliamo… Non santificano il prete, e non santificano il fedele, né il lassismo né il rigorismo! La misericordia invece accompagna il cammino della santità, la accompagna e la fa crescere… Troppo lavoro per un parroco? E’ vero, troppo lavoro! E in che modo accompagna e fa crescere il cammino della santità? Attraverso la sofferenza pastorale, che è una forma della misericordia. Che cosa significa sofferenza pastorale? Vuol dire soffrire per e con le persone. E questo non è facile! Soffrire come un padre e una madre soffrono per i figli; mi permetto di dire, anche con ansia…
Per spiegarmi faccio anche a voi alcune domande che mi aiutano quando un sacerdote viene da me. Mi aiutano anche quando sono solo davanti al Signore!
Dimmi: Tu piangi? O abbiamo perso le lacrime? Ricordo che nei Messali antichi, quelli di un altro tempo, c’è una preghiera bellissima per chiedere il dono delle lacrime. Incominciava così, la preghiera: "Signore, Tu che hai dato a Mosè il mandato di colpire la pietra perché venisse l’acqua, colpisci la pietra del mio cuore perché le lacrime…": era così, più o meno, la preghiera. Era bellissima. Ma, quanti di noi piangiamo davanti alla sofferenza di un bambino, davanti alla distruzione di una famiglia, davanti a tanta gente che non trova il cammino?… Il pianto del prete… Tu piangi? O in questo presbiterio abbiamo perso le lacrime?
Piangi per il tuo popolo? Dimmi, tu fai la preghiera di intercessione davanti al Tabernacolo?
Tu lotti con il Signore per il tuo popolo, come Abramo ha lottato: "E se fossero meno? E se fossero 25? E se fossero 20?..." (cfr Gen 18,22-33). Quella preghiera coraggiosa di intercessione… Noi parliamo di parresia, di coraggio apostolico, e pensiamo ai piani pastorali, questo va bene, ma la stessa parresia è necessaria anche nella preghiera. Lotti con il Signore? Discuti con il Signore come ha fatto Mosè? Quando il Signore era stufo, stanco del suo popolo e gli disse: "Tu stai tranquillo… distruggerò tutti, e ti farò capo di un altro popolo". "No, no! Se tu distruggi il popolo, distruggi anche a me!". Ma questi avevano i pantaloni! E io faccio la domanda: Noi abbiamo i pantaloni per lottare con Dio per il nostro popolo?
Un’altra domanda che faccio: la sera, come concludi la tua giornata? Con il Signore o con la televisione?
Com’è il tuo rapporto con quelli che aiutano ad essere più misericordiosi? Cioè, com’è il tuo rapporto con i bambini, con gli anziani, con i malati? Sai accarezzarli, o ti vergogni di accarezzare un anziano?
Non avere vergogna della carne del tuo fratello (cfr Reflexiones en esperanza, I cap.). Alla fine, saremo giudicati su come avremo saputo avvicinarci ad "ogni carne" – questo è Isaia. Non vergognarti della carne di tuo fratello. "Farci prossimo": la prossimità, la vicinanza, farci prossimo alla carne del fratello. Il sacerdote e il levita che passarono prima del buon samaritano non seppero avvicinarsi a quella persona malmenata dai banditi. Il loro cuore era chiuso. Forse il prete ha guardato l’orologio e ha detto: "Devo andare alla Messa, non posso arrivare in ritardo alla Messa", e se n’è andato. Giustificazioni! Quante volte prendiamo giustificazioni, per girare intorno al problema, alla persona. L’altro, il levita, o il dottore della legge, l’avvocato, disse: "No, non posso perché se io faccio questo domani dovrò andare come testimone, perderò tempo…". Le scuse!… Avevano il cuore chiuso. Ma il cuore chiuso si giustifica sempre per quello che non fa. Invece quel samaritano apre il suo cuore, si lascia commuovere nelle viscere, e questo movimento interiore si traduce in azione pratica, in un intervento concreto ed efficace per aiutare quella persona.
Alla fine dei tempi, sarà ammesso a contemplare la carne glorificata di Cristo solo chi non avrà avuto vergogna della carne del suo fratello ferito ed escluso.
Io vi confesso, a me fa bene, alcune volte, leggere l’elenco sul quale sarò giudicato, mi fa bene: è in Matteo 25.
Queste sono le cose che mi sono venute in mente, per condividerle con voi. Sono un po’ alla buona, come sono venute… [Il cardinale Vallini: "Un bell’esame di coscienza"] Ci farà bene. [applausi]
A Buenos Aires – parlo di un altro prete – c’era un confessore famoso: questo era Sacramentino. Quasi tutto il clero si confessava da lui. Quando, una delle due volte che è venuto, Giovanni Paolo II ha chiesto un confessore in Nunziatura, è andato lui. E’ anziano, molto anziano… Ha fatto il Provinciale nel suo Ordine, il professore… ma sempre confessore, sempre. E sempre aveva la coda, lì, nella chiesa del Santissimo Sacramento. In quel tempo, io ero Vicario generale e abitavo nella Curia, e ogni mattina, presto, scendevo al fax per guardare se c’era qualcosa. E la mattina di Pasqua ho letto un fax del superiore della comunità: "Ieri, mezz’ora prima della Veglia Pasquale, è mancato il padre Aristi, a 94 – o 96? – anni. Il funerale sarà il tal giorno…". E la mattina di Pasqua io dovevo andare a fare il pranzo con i preti della casa di riposo - lo facevo di solito a Pasqua -, e poi – mi sono detto - dopo pranzo andrò alla chiesa. Era una chiesa grande, molto grande, con una cripta bellissima. Sono sceso nella cripta e c’era la bara, solo due vecchiette lì che pregavano, ma nessun fiore. Io ho pensato: ma quest’uomo, che ha perdonato i peccati a tutto il clero di Buenos Aires, anche a me, nemmeno un fiore… Sono salito e sono andato in una fioreria – perché a Buenos Aires agli incroci delle vie ci sono le fiorerie, sulle strade, nei posti dove c’è gente – e ho comprato fiori, rose… E sono tornato e ho incominciato a preparare bene la bara, con fiori... E ho guardato il Rosario che avevo in mano… E subito mi è venuto in mente - quel ladro che tutti noi abbiamo dentro, no? -, e mentre sistemavo i fiori ho preso la croce del Rosario, e con un po’ di forza l’ho staccata. E in quel momento l’ho guardato e ho detto: "Dammi la metà della tua misericordia". Ho sentito una cosa forte che mi ha dato il coraggio di fare questo e di fare questa preghiera! E poi, quella croce l’ho messa qui, in tasca. Le camicie del Papa non hanno tasche, ma io sempre porto qui una busta di stoffa piccola, e da quel giorno fino ad oggi, quella croce è con me. E quando mi viene un cattivo pensiero contro qualche persona, la mano mi viene qui, sempre. E sento la grazia! Sento che mi fa bene. Quanto bene fa l’esempio di un prete misericordioso, di un prete che si avvicina alle ferite…
Se pensate, voi sicuramente ne avete conosciuti tanti, tanti, perché i preti dell’Italia sono bravi! Sono bravi. Io credo che se l’Italia ancora è tanto forte, non è tanto per noi Vescovi, ma per i parroci, per i preti! E’ vero, questo è vero! Non è un po’ d’incenso per confortarvi, lo sento così.
La misericordia. Pensate a tanti preti che sono in cielo e chiedete questa grazia! Che vi diano quella misericordia che hanno avuto con i loro fedeli. E questo fa bene.
Grazie tante dell’ascolto e di essere venuti qui.


PREGHIERA PER PAPA FRANCESCO
 
 Signore, Dio di tutto il creato, che in questo momento difficile per il mondo, ci hai donato Papa Francesco, conserva sempre in Lui la forza, la volontà e la speranza.
 Mantieni il Suo sorriso, la Sua dolce spontaneità che fortifica, e invoglia alla vita.
 Assistilo nel suo ufficio di pastore universale; sii la sua luce, la sua forza e la sua consolazione.
 Assistilo o Padre e accogli le preghiere che in tante parti del mondo salgano a Te perché non si stanchi mai di promuovere la pace e continui ad annunciare al mondo intero tutto il vangelo  con apostolico coraggio.
 Ascolta le voci e le aspirazioni non solo dei cattolici ma anche di tanti uomini di buona volontà.
 Non si stanchi mai di promuovere l’unità tra tutti gli uomini e di dirigere il popolo di Dio sull’esempio di Cristo buon Pastore, che é venuto non per essere servito, ma per servire e dare a vita per le pecore.
 Infine ti chiediamo o Padre di benedirlo.
 E a noi concedi, o Signore, una forte volontà di comunione con lui, la docilità ai suoi insegnamenti e di accogliere la sua voce come ascoltiamo la tua. Amen.
ECCO UNO DEI TANTI ATTESTATI DI FEDEL
 
AL SANTO PADRE
 
(testo integrale di una delle tante attestazioni di stima, di vicinanza e di unione verso il  Santo Padre scritta da un parroco di periferia, don FRANCESCO Murana a Mons. Carlo Maria  Viganò)

 
Egregia Eminenza,
 
le scrivo dalle pagine di un giornale "di periferia"; quelle periferie tanto amate sia dal Signore (cresciuto a Nazareth, al suo tempo paesino di montagna) sia dall'attuale Pontefice, Papa Francesco. Chi le scrive è un prete che ha studiato a Roma e che ha avuto molte possibilità di trovare uno spazio "comodo e adeguato" per imboscarsi in uno dei tanti uffici e dicasteri che l'enorme apparato della Curia Romana offre.
 Ma ho scelto, già dal 1986, di andare nelle periferie della Sardegna, tagliandomi così le gambe ad ogni possibile "carriera".
 Se il Signore vuole altro da me, inventerà Lui le strade perché io faccia altro e altrove.
 In questi anni che sono trascorsi (32!) ho visto accadere di tutto dentro il clero. Sono rimasto fermo e zitto al mio posto cercando di dare.
 Ho gioito e gioisco perché abbiamo un Papa come Francesco.
 È veramente umano e non è ipocrita (in senso greco! Non è attore, non recita il ruolo). È se stesso e - per quanto è sincero - talvolta scivola in linguaggi da parroco e - visto che io parroco lo sono - mi sento meno solo. Lo sento vicino.
 Invece, a Lei, la sento lontano.
 A parte che dovrebbe accontentarsi di essere arrivato a settantasette anni e di aver fatto una vita più che comoda e riverita... Le chiedo: cosa vuole ancora?
 Io sono prete di campagna per scelta, ma crede davvero che non sia capace di vedere nelle sue accuse a Papa Francesco altri motivi ed altre intenzioni?
 Lei accusa Papa Francesco di silenzio. Ma si rende conto che Lei può essere accusato della stessa accusa, visto che si sveglia dopo cinque anni? Visto che ha dormito per cinque anni, nelle prossime undici pagine ci racconta di cosa ha sognato? Si vergogni.
 Davanti a tutti noi preti che sputiamo sangue ogni giorno, in solitudine: voi giocate a fare i prelati, serviti e riveriti in tutto.
 Così viziati di potere che non vedete altro, corrosi di gelosia per il troppo tempo a disposizione, mai sazi del ricevuto e sempre a guardare "i posti che contano" occupati dagli altri.
 Son sicuro che Papa Francesco è capace di friggere un uovo e lavarsi i calzini da solo. Di Lei no; di Lei ho solo la certezza che pur di cavalcare un suo capriccio fatto "per il bene della Chiesa" è capace di rinvangare letame altrui. Io sono nella Chiesa: cosa ha fatto Lei di bene per me e per i parrocchiani con cui vivo? Niente.
 In lingua sarda, Lei è un "imboddiosu": uno che prende una matassa che non è sua e fa nodi al filo; costringendo così la filatrice a perdere tempo nello scioglierli per continuare a tessere...
 Il lavoro andrà avanti, ma avremo perso tempo grazie all'imboddiosu di turno.
 Grazie a Lei abbiamo perso - per l'ennesima volta - faccia e tempo.
 Guardando Lei mi volgo altrove".  (Don Francesco Murana, Parroco di Milis, Diocesi di Oristano)
 
Il Papa il 31 ottobre in Svezia commemora i 500 anni
della riforma di Lutero
 
In un comunicato congiunto a cura della Federazione Luterana Mondiale e del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, si legge che la commemorazione ecumenica congiunta luterano-cattolica del 500esimo anniversario della Riforma il 31 ottobre a Lund, (Svezia), si svolgerà in due momenti:
avrà inizio con una liturgia nella Cattedrale di Lund
e continuerà con un evento pubblico nello stadio di Malmo, aperto a una più ampia partecipazione.
 
L’evento congiunto della Federazione Luterana Mondiale (LWF) e della Chiesa Cattolica Romana, prosegue la nota, intende mettere in evidenza i 50 anni di continuo dialogo ecumenico fra cattolici e luterani e i doni derivanti da tale collaborazione.
La commemorazione cattolico-luterana dei 500 anni della Riforma si impernia sui temi del rendimento di grazie, del pentimento e dell’impegno nella testimonianza comune. L’obiettivo è di esprimere i doni della Riforma e chiedere perdono per la divisione perpetuata dai cristiani delle due tradizioni.
 
La cattedrale di Lund sarà il luogo dove si svolgerà la cerimonia di preghiera comune, basata sulla guida liturgica cattolico-luterana di recente pubblicazione intitolata «Preghiera Comune», che a sua volta si fonda sul documento: «Dal conflitto alla comunione». Lo stadio di Malmo sarà lo scenario dove si svolgeranno le attività dedicate all’impegno della testimonianza e del servizio comune di cattolici e luterani nel mondo. Saranno presentati gli aspetti più importanti del lavoro comune del Servizio Mondiale della Federazione Luterana Mondiale (LWF World Service) e di Caritas Internationalis, come la cura dei profughi, il servizio della pace e la difesa della giustizia climatica.
Il Santo Padre Francesco, il Vescovo Dr Munib A. Younan e il Rev. Dr. Martin Junge, rispettivamente Presidente e Segretario Generale della Federazione Luterana Mondiale, guideranno la cerimonia della preghiera comune a Lund e l’evento nello stadio di Malmö, in collaborazione con i responsabili della Chiesa di Svezia e della Diocesi cattolica di Stoccolma.
PAPA FRANCESCO
 al palazzetto dello sport di Asunción (PARAGUAY)
«La corruzione è la cancrena di un popolo»

Francesco incontrando ad Asunción i rappresentanti della società civile cita l'esempio positivo delle «Riduzioni» dei gesuiti che evangelizzavano gli indios rispettandoli e valorizzando la loro cultura: «Una società più umana è possibile». E a braccio parla di una persona «sequestrata» da un gruppo guerrigliero
 
Il Papa gesuita incontra la società civile paraguayana al palazzetto dello spot León Condou e cita l'esperienza delle «Reducciones», le «Riduzioni» che la Compagnia di Gesù istituì in queste terre per evangelizzare gli indios rispettando le loro tradizioni e la loro cultura. «Il Paraguay - ha detto Francesco - è noto in tutto il mondo per essere stato la terra dove iniziarono le “Riduzioni”, una delle più interessanti esperienze di evangelizzazione e di organizzazione sociale della storia. In esse, il Vangelo era l’anima e la vita di comunità dove non c’era fame, né disoccupazione, né analfabetismo né oppressione».
«Questa esperienza storica - ha aggiunto Papa Bergoglio - ci insegna che una società più umana è possibile anche oggi. È possibile! Quando c'è amore per l’uomo, e volontà di servirlo, è possibile creare le condizioni affinché tutti abbiano accesso a beni necessari, senza che nessuno sia escluso. Bisogna cercare le soluzioni».
Le riduzioni gesuite erano piccoli nuclei cittadini, in cui erano strutturate le missioni in Paraguay, in Ecuador e in Cile tra Seicento e Settecento. Avevano il fine di evangelizzare le popolazioni indigene, insegnando in particolare arte e musica, cercando di creare una società cristiana.
«Un popolo che non mantiene vive le sue preoccupazioni, un popolo che vive nell’inerzia dell’accettazione passiva, è un popolo morto. Al contrario, vedo in voi la linfa di una vita che scorre e che vuole germinare», ha detto Francesco, ricordando che «Dio è sempre a favore di tutto ciò che aiuta a sollevare, a migliorare la vita dei suoi figli».
Alla domanda di un giovane il Papa ha risposto così: «Quanto è importante che voi giovani comprendiate che la vera felicità passa attraverso la lotta per un mondo più fraterno! Che buona cosa che voi giovani notiate che la felicità e il piacere non sono sinonimi. Ma che la felicità richiede l’impegno e la dedizione. Voi siete molto preziosi per camminare nella vita come “anestetizzati”! Il Paraguay ha un’abbondante popolazione giovane ed è una grande ricchezza... Non abbiate paura di dare tutto in campo. Non abbiate paura di dare il meglio di voi». Bergoglio ha quindi invitato a giovani ad ascoltare dalle persone anziane e dai nonni i loro racconti di vita: «Perdete molto tempo ad ascoltare tutte le cose buone che hanno da insegnarvi».
Il Papa ha invitato i giovani alla concretezza, a non parlare senza agire conseguentemente: «Mi fa un po' di allergia ascoltare parole magniloquenti, ma se si conosce la persona viene da dire: che bugiardo!».
A proposito delle difficoltà ancora da superare, Francesco ha proposto il dialogo
«come mezzo per costruire un progetto di nazione che includa tutti
». «Il dialogo presuppone, esige da noi la cultura dell’incontro. Un incontro che sappia riconoscere che la diversità non solo è buona: è necessaria. Quindi il punto di partenza non può essere che l’altro si sta sbagliando. Il bene comune si cerca a partire dalle nostre differenze, dando sempre la possibilità a nuove alternative». Dialogare, ha aggiunto a braccio, «non significa negoziare». Molte volte, aggiunge, questa cultura dell’incontro si vede coinvolta nel conflitto. È logico e prevedibile. Non dobbiamo temerlo, o ignorarlo, al contrario siamo invitati a farcene carico».
Questa, ha continuato il Papa, «è la base dell’incontro: siamo tutti fratelli, figli dello stesso Padre celeste, e ciascuno con la propria cultura, la propria lingua, le proprie tradizioni, ha molto da offrire alla comunità. Le autentiche culture non sono chiuse in sé stesse, ma sono chiamate a incontrarsi con altre culture e creare nuove realtà. Senza questo presupposto essenziale, senza questa base di fraternità sarà molto difficile giungere al dialogo. Se qualcuno considera che ci sono persone, culture, situazioni di seconda, terza o quarta categoria... qualcosa di sicuro andrà male, perché manca semplicemente il minimo, il riconoscimento della dignità dell’altro».
Francesco ha quindi invitato ad accogliere il «grido dei poveri per costruire una società più inclusiva». «Tutti necessitiamo di tutti», ha aggiunto a braccio. E ha sottolineato: «Un aspetto fondamentale per promuovere i poveri è nel modo in cui li vediamo. Non serve uno sguardo ideologico, che finisce per utilizzarli al servizio di altri interessi politici o personali. Le ideologie finiscono male, non servono. Le ideologie hanno un rapporto incompleto o malato o cattivo con il popolo. Le ideologie non assumono il popolo... Le ideologie dicono di fare tutto per il popolo, ma nulla per il popolo!». Parole significative che mostrano quanto sia distante la prospettiva evangelica del Papa da certe strumentalizzazioni ideologiche. Per ricercare davvero il bene dei poveri, «la prima cosa è avere una vera preoccupazione per la loro persona, apprezzarli per la loro bontà. Ma un reale apprezzamento richiede di essere disposti a imparare da loro. I poveri hanno molto da insegnarci in umanità, in bontà, in sacrificio. E noi cristiani abbiamo inoltre un motivo in più per amare e servire i poveri: in loro vediamo il volto e la carne di Cristo, che si è fatto povero per arricchirci per mezzo della sua povertà... Se guardiamo dall'altra parte quando diamo l'elemosina questo significa disprezzare il povero. Dobbiamo rispettare il povero non usarlo per lavarmi la coscienza. Apprezzare i poveri per il valore che hanno».
Per un Paese, ha osservato Bergoglio, sono necessarie «la crescita economica e la creazione di ricchezza, e che questa arrivi a tutti i cittadini, senza che nessuno rimanga escluso. La creazione di questa ricchezza dev’essere sempre in funzione del bene comune, di tutti, e non di quello di pochi... Lo sviluppo economico deve sempre avere un volto umano. Gli imprenditori e gli economisti devono interrogarsi su questo». «Vi chiedo - ha detto il Papa - di non cedere a un modello economico idolatrico che abbia bisogno di sacrificare vite umane sull’altare del denaro e del profitto. Nell’economia, nell’azienda, nella politica, la prima cosa è la persona e l’ambiente in cui vive».
Francesco ha concluso rivolgendosi a braccio ai politici (in sala c'era anche il Presidente della Repubblica). «Siccome ci sono politici qui presenti, lo dico fraternamente: venendo qui mi hanno parlato di una persona che sarebbe stata "sequestrata" dall'esercito... Solo dico, non so se è vero o no, però uno dei metodi che avevano le ideologie dittatoriali del secolo scorso era proprio mettere da parte la gente, reprimerla, o metterla in campi di concentramento, come i nazisti...». Con ogni probabilità un riferimento a Edelio Murinigo, un poliziotto catturato non dall'esercito ma dall'organizzazione ribelle chiamata Esercito del popolo paraguayano.
«E un'altra cosa, voglio dire: un metodo che non dà libertà alla persona ad assumere la loro responsabilità nella società, è il ricatto: devi fare questo per avere quest'altro. Il ricatto è sempre corruzione. E la corruzione è la cancrena di un popolo».
 
E prima di pregare, Francesco ha concluso: «La cosa peggiore che potete fare uscendo da qui è dire: il Papa ce l'aveva con quello e con quell'altro... E non capire che invece le cose erano dette proprio per lui».
La nuova enciclica di Papa Francesco
Laudato si'
Dopo quasi un anno di attesa e in seguito alla recente sorpresa dei giorni precedenti di una semi pubblicazione da parte di qualcuno molto impaziente, pochi minuti fa nell’Aula Nuova del Sinodo in Vaticano è stato reso pubblico al mondo intero il contenuto testuale della seconda Lettera Enciclica di Papa Francesco, costituita da 192 pagine e arrecante la data del 24 maggio 2015, Solennità di Pentecoste.
 
L'Enciclica sulla custodia del Creato e sui cambiamenti climatici è intitolata Laudato Si' - Sulla cura della casa comune, e si apre in nome e in ricordo di San Francesco d'Assisi, esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale, scrive il Santo Padre, e ancora prosegue: "È il santo patrono di tutti quelli che studiano e lavorano nel campo dell’ecologia, amato anche da molti che non sono cristiani. Egli manifestò un’attenzione particolare verso la creazione di Dio e verso i più poveri e abbandonati".
 
Papa Francesco a coronamento della sua seconda Enciclica - la prima, Lumen Fidei, risale al 29 giugno 2013 - ha voluto menzionare nel paragrafo che succede l'introduzione del documento pontificio l'intero corpus delle encicliche sul Creato e sulla tutela dell'ambiente pubblicate dal secondo dopoguerra sino al primo decennio del XXI secolo, le quali nella loro totalità spiegano e comunicano al mondo il significato teologico dell'ecologia.
 
L'ampia trattazione del Santo Padre infatti è introdotta dalla Pacem in Terris di Papa Giovanni XXIII rivolta a tutto il “mondo cattolico”, «nonché a tutti gli uomini di buona volontà», seguita otto anni dopo dalla Lettera apostolica Octogesima adveniens (14 maggio 1971) di Paolo VI e più tardi dalla prima Lettera Enciclica di San Giovanni Paolo II Redemptor hominis (4 marzo 1979).
 
L'invito a « eliminare le cause strutturali delle disfunzioni dell’economia mondiale e di correggere i modelli di crescita che sembrano incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente», come ricorda Francesco nel testo, è stato esteso anche da Papa Benedetto XVI in diverse occasioni in cui l'Emerito ha proposto di riconoscere che l’ambiente naturale è pieno di ferite prodotte dal comportamento irresponsabile dell'uomo.
 
Ai contributi dei Papi, che raccolgono la riflessione di innumerevoli scienziati, filosofi, teologi e organizzazioni sociali che hanno arricchito il pensiero della Chiesa sulla questione ecologica, Papa Francesco, come aveva annunciato giovedì 11 giugno scorso, nel discorso improvvisato durante il terzo Ritiro Mondiale dei Sacerdoti, promosso dall'ICCRS e dalla Catholic Fraternity, a San Giovanni in Laterano, dedica due paragrafi al Patriarca Bartolomeo: "Il Patriarca Bartolomeo - si legge al paragrafo 8 del testo pontificio - si è riferito particolarmente alla necessità che ognuno si penta del proprio modo di maltrattare il pianeta, perché «nella misura in cui tutti noi causiamo piccoli danni ecologici», siamo chiamati a riconoscere «il nostro apporto, piccolo o grande, allo stravolgimento e alla distruzione dell’ambiente»".
 
All'impegno attivo e organico del "caro" Patriarca Bartolomeo, verso il quale il Papa ha sempre manifestato stima fraterna e immensa benevolenza in segno dell'unione ecumenica, Francesco unisce il suo appello affinché tutta la famiglia umana raccolga la sfida urgente di proteggere la "nostra casa comune" nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, "poiché sappiamo che le cose possono cambiare" - scrive il pontefice esprimendo grande speranza nella capacità dell'uomo di collaborare in questo progetto di ri-edificazione naturale. E poi l'augurio: "Spero che questa Lettera enciclica, che si aggiunge al Magistero sociale della Chiesa, ci aiuti a riconoscere la grandezza, l’urgenza e la bellezza della sfida che ci si presenta".

Al centro del percorso dell’enciclica, c’è un interrogativo: “Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che ora stanno crescendo?”,  ha detto il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente dl Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, presentando ai giornalisti la nuova Enciclica del Papa, e tutto ciò, ha commentato il cardinale, “porta ad interrogarsi sul senso dell’esistenza e sui valori che stanno alla base della vita sociale”. Fondamentale l’appello del Papa ad una “conversione ecologica”, a “cambiare rotta” per rispondere ai “gemiti” della terra e di tutti gli “scartati” del mondo.
 
L’Enciclica, seppur sia dedicata a San Francesco d'Assisi, ricorda anche San Benedetto, Santa Teresa di Lisieux e il beato Charles de Foucauld. Il testo, inoltre, si chiude con due preghiere: una che possiamo condividere tutti quanti crediamo in un Dio creatore onnipotente, e un’altra affinché noi cristiani sappiamo assumere gli impegni verso il creato che il Vangelo di Gesù ci propone [...].
 
Su quali specifici argomenti si concentra esattamente la Lettera Enciclica Laudato Si' - Sulla cura della casa comune? Nella totalità di 192 pagine, 246 paragrafi e di 6 capitoli il Pontefice ha cercato di “prendere in esame la situazione attuale dell’umanità, tanto nelle crepe del pianeta che abitiamo, quanto nelle cause più profondamente umane del degrado ambientale”; egli si occupa principalmente dell’economia e dello scandalo del miliardo e mezzo di persone che vivono sotto la soglia di povertà, quella che il pontefice chiama “miseria globalizzata”.
 
Inoltre, nel testo - presentato come un manifesto della “teologia della povertà e dell’ambiente”e come documento "ecumenico" - è riconosciuto un legame specifico, e inscindibile, tra la custodia del Creato e la promozione della giustizia: sono i poveri a subire le più drammatiche conseguenze dello sfruttamento insensato delle risorse del pianeta: desertificazione, scarsità e avvelenamento delle acque, espropriazione delle terre coltivabili, inquinamento atmosferico, concentrazione dello sfruttamento delle materie prime.
 
È del resto lo stesso Francesco a delineare le linee del cammino testuale annotando nel corpo introduttivo, in particolare al paragrafo 15, la volontà di soffermarsi sulla crisi ecologica contemporanea, su alcune argomentazioni che affondano le basi nel contesto della tradizione giudeo-cristiana, fino ad analizzare la dimensione sociale, con i sintomi e le cause del problema ecologico dei nostri giorni che interessano “tanto il grido della terra, quanto il grido dei poveri”. Ecco le tematiche affrontate:
 

Capitolo I. Quello che sta accadendo alla nostra casa
 
- Inquinamento, rifiuti e cultura dello scarto. "La terra, nostra casa, sembra trasformarsi sempre più in un immenso deposito di immondizia".
 
- Il clima come bene comune. “L’umanità è chiamata a prendere coscienza della necessità di cambiamenti di stili di vita, di produzione e di consumo, per combattere questo riscaldamento o, almeno, le cause umane che lo producono o lo accentuano. […] Se la tendenza attuale continua, questo secolo potrebbe essere testimone di cambiamenti climatici inauditi e di una distruzione senza precedenti degli ecosistemi, con gravi conseguenze per tutti noi”. E ancora il Papa scrive: “Molti di coloro che detengono più risorse e potere economico o politico sembrano concentrarsi soprattutto nel mascherare i problemi o nasconderne i sintomi, cercando solo di ridurre alcuni impatti negativi di cambiamenti climatici”.
 
- La questione dell’acqua. “La povertà di acqua pubblica si ha specialmente in Africa, dove grandi settori della popolazione non accedono all’acqua potabile sicura, o subiscono siccità che rendono difficile la produzione di cibo. In alcuni Paesi ci sono regioni con abbondanza di acqua, mentre altre patiscono una grave carenza. [...] L’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani. Questo mondo ha un grave debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità.
 
- Perdita e biodiversità. “Sono lodevoli e a volte ammirevoli gli sforzi di scienziati e tecnici che cercano di risolvere i problemi creati dall’essere umano. Ma osservando il mondo notiamo che questo livello di intervento umano, spesso al servizio della finanza e del consumismo, in realtà fa sì che la terra in cui viviamo diventi meno ricca e bella, sempre più limitata e grigia, mentre contemporaneamente lo sviluppo della tecnologia e delle offerte di consumo continua ad avanzare senza limiti”.
 
- Deterioramento della qualità della vita umana e degradazione sociale.
 
- Iniquità planetaria. "L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale. Di fatto, il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta [...] Vorrei osservare che spesso non si ha chiara consapevolezza dei problemi che colpiscono particolarmente gli esclusi. Essi sono la maggior parte del pianeta, miliardi di persone. Oggi sono menzionati nei dibattiti politici ed economici internazionali, ma per lo più sembra che i loro problemi si pongano come un’appendice, come una questione che si aggiunga quasi per obbligo o in maniera periferica, se non li si considera un mero danno collaterale. Di fatto, al momento dell’attuazione concreta, rimangono frequentemente all’ultimo posto. Questo si deve in parte al fatto che tanti professionisti, opinionisti, mezzi di comunicazione e centri di potere sono ubicati lontani da loro, in aree urbane isolate, senza contatto diretto con i loro problemi. Vivono e riflettono a partire dalla comodità di uno sviluppo e di una qualità di vita che non sono alla portata della maggior parte della popolazione mondiale".
 
- La debolezza delle relazioni. "Il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e c’è bisogno di costruire leadership che indichino strade, cercando di rispondere alle necessità delle generazioni attuali includendo tutti, senza compromettere le generazioni future. Si rende indispensabile creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia. [...] È prevedibile che, di fronte all’esaurimento di alcune risorse, si vada creando uno scenario favorevole per nuove guerre, mascherate con nobili rivendicazioni. La guerra causa sempre gravi danni all’ambiente e alla ricchezza culturale dei popoli, e i rischi diventano enormi quando si pensa all’energia nucleare e alle armi biologiche. [...] Si richiede dalla politica una maggiore attenzione per prevenire e risolvere le cause che possono dare origine a nuovi conflitti".
 
- Diversità di opinioni, tra chi sostiene che i problemi ecologici si risolveranno con nuove “applicazioni tecniche”, e coloro che ritengono che il vero pericolo che la natura deve affrontare è la specie umana.
 
 
Capitolo II. Il Vangelo della Creazione
 
Il Santo Padre ha desiderato introdurre straordinariamente un particolare capitolo, Il Vangelo della Creazione, nel quale spiega come scienza e religione possano essere parte di un dialogo intenso e produttivo per entrambe, soprattutto se si considera il contesto di grave pericolosità nel quale si trovano oggi l’uomo e l’intero ecosistema.
 
 
Capitolo III. La radice umana della crisi ecologica
 
“Non possiamo ignorare che l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso dna e altre potenzialità che abbiamo acquisito ci offrono un tremendo potere. Anzi, danno a coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero. Mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene, soprattutto se si considera il modo in cui se ne sta servendo. Basta ricordare le bombe atomiche lanciate in pieno XX secolo, come il grande spiegamento di tecnologia ostentato dal nazismo, dal comunismo e da altri regimi totalitari al servizio dello sterminio di milioni di persone, senza dimenticare che oggi la guerra dispone di strumenti sempre più micidiali. In quali mani sta e in quali può giungere tanto potere? È terribilmente rischioso che esso risieda in una piccola parte dell’umanità”.
 
- Crisi e conseguenze dell’antropocentrismo moderno. “Se l’essere umano si dichiara autonomo dalla realtà e si costituisce dominatore assoluto, la stessa base della sua esistenza si sgretola, perché «Invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura ». […] Non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovo. Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia.
 
- Il relativismo pratico.
 
- La necessità di difendere il lavoro. “Affermiamo che «l’uomo è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale ». 100 Ciononostante, quando nell’essere umano si perde la capacità di contemplare e di rispettare, si creano le condizioni perché il senso del lavoro venga stravolto.101 Conviene ricordare sempre che l’essere umano è nello stesso tempo « capace di divenire lui stesso attore responsabile del suo miglioramento materiale, del suo progresso morale, dello svolgimento pieno del suo destino spirituale ». […] Siamo chiamati al lavoro fin dalla nostra creazione. Non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale. In questo senso, aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze. Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro”.
 
- L’innovazione biologica a partire dalla ricerca.
 
 
Capitolo IV. Un'ecologia integrale
 
“Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura”.
 
- Ecologia vulturale.
 
- Ecologia della vita quotidiana.
 
- Il principio del bene comune. “L’ecologia umana è inseparabile dalla nozione di bene comune, un principio che svolge un ruolo centrale e unificante nell’etica sociale. È «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente». […] Il principio del bene comune si trasforma immediatamente, come logica e ineludibile conseguenza, in un appello alla solidarietà e in una opzione preferenziale per i più poveri”.
 
- La giustizia tra le generazioni.
 
 
Capitolo V. Alcune linee di orientamento e di azione
 
- Dialogo sull’ambiente nella politica internazionale. “I Vertici mondiali sull’ambiente degli ultimi anni non hanno risposto alle aspettative perché, per mancanza di decisione politica, non hanno raggiunto accordi ambientali globali realmente significativi ed efficaci. […] Urgono accordi internazionali che si realizzino, considerata la scarsa capacità delle istanze locali di intervenire in modo efficace. Le relazioni tra Stati devono salvaguardare la sovranità di ciascuno, ma anche stabilire percorsi concordati per evitare catastrofi locali che finirebbero per danneggiare tutti”.
 
- Il dialogo verso nuove politiche nazionali e locali.
 
- Dialogo e trasparenza nei processi decisionali.
 
- Politica ed economia in dialogo per la pienezza umana. “La politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia. Oggi, pensando al bene comune, abbiamo bisogno in modo ineludibile che la politica e l’economia, in dialogo, si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana. […] In questo contesto bisogna sempre ricordare che «la protezione ambientale non può essere assicurata solo sulla base del calcolo finanziario di costi e benefici. L’ambiente è uno di quei beni che i meccanismi del mercato non sono in grado di difendere o di promuovere adeguatamente»”.
 
- Le religioni nel dialogo con le scienze.
 
 
Capitolo VI. Educazione e spiritualità ecologica
 
“Eppure, non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto. Sono capaci di guardare a sé stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà. Non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua ad incoraggiare dal profondo dei nostri cuori. Ad ogni persona di questo mondo chiedo di non dimenticare questa sua dignità che nessuno ha diritto di toglierle”.
 
- Educare all’alleanza tra l’umanità e l’ambiente.
 
- La conversione ecologica.
 
- Gioia e pace.
 
- Amore civile e politico. “Occorre sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo, che vale la pena di essere buoni e onesti. Già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà, ed è arrivato il momento di riconoscere che questa allegra superficialità ci è servita a poco”.
 
- I segni sacramentali e il riposo celebrativo.
 
- La Trinità e la relazione tra le creature.
 
- La Regina di tutto il Creato.
 
- Al di là del sole.
Le frasi più belle di Papa Francesco 
"Quando in una famiglia non si è invadente, si chiede:
“permesso”.
"Quando in una famiglia non si è egoista, si impara a dire: 
“grazie”.
      "Quando in una famiglia, uno se ne accorge che ha 
       fatto una cosa brutta e sa chiedere: 
       “scusa”.
"In quella famiglia c'é pace e gioia"
(29 Dicembre 2013)
18 MAGGIO 2015:
discorso di papa Francesco all’apertura
dell'Assemblea della Conferenza Episcopale Italiana
Cari fratelli, buon pomeriggio, 
saluto tutti e saluto i nuovi nominati dopo l'ultima Assemblea, e anche i due nuovi Cardinali, creati dopo l'ultima Assemblea.
Quando io sento questo passo del Vangelo di Marco, io penso: ma questo Marco ce l'ha con la Maddalena! Perché fino all'ultimo momento ci ricorda che lei aveva ospitato sette demoni. Ma poi penso: e io quanti ne ho ospitati? E rimango zitto.
Vorrei innanzitutto esprimervi il mio ringraziamento per questo incontro e per il tema che avete scelto: l’Esortazione apostolica “Evangelii Gaudium”.
La gioia del Vangelo, in questo momento storico ove spesso siamo accerchiati da notizie sconfortanti, da situazioni locali e internazionali che ci fanno sperimentare afflizione e tribolazione - in questo quadro realisticamente poco confortante - la nostra vocazione cristiana ed episcopale è quella di andare contro corrente: ossia di essere testimoni gioiosi del Cristo Risorto per trasmettere gioia e speranza agli altri. La nostra vocazione è ascoltare ciò che il Signore ci chiede: “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio” (Is 40, 1). Infatti, a noi viene chiesto di consolare, di aiutare, di incoraggiare, senza alcuna distinzione, tutti i nostri fratelli oppressi sotto il peso delle loro croci, accompagnandoli, senza mai stancarci di operare per risollevarli con la forza che viene solo da Dio.
Anche Gesù ci dice: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà rendere salato? A null'altro serve che a essere gettato via e calpestato dagli uomini” (Mt 5, 13).
È assai brutto incontrare un consacrato abbattuto, demotivato o spento: egli è come un pozzo secco dove la gente non trova acqua per dissetarsi.
Oggi perciò, sapendo che avete scelto, quale argomento di questo incontro, l’Esortazione Evangelii Gaudium, vorrei ascoltare le vostre idee, le vostre domande, e condividere con voi alcune mie domande e riflessioni.
I miei interrogativi e le mie preoccupazioni nascono da una visione globale e soprattutto dagli innumerevoli incontri che ho avuto in questi due anni con le Conferenze Episcopali, ove ho notato l’importanza di quello che si può definire la sensibilità ecclesiale: ossia appropriarsi degli stessi sentimenti di Cristo, di umiltà, di compassione, di misericordia, di concretezza e di saggezza.
La sensibilità ecclesiale che comporta anche di non essere timidi o irrilevanti nello sconfessare e nello sconfiggere una diffusa mentalità di corruzione pubblica e privata che è riuscita a impoverire, senza alcuna vergogna, famiglie, pensionati, onesti lavoratori, comunità cristiane, scartando i giovani, sistematicamente privati di ogni speranza sul loro futuro, e soprattutto emarginando i deboli e i bisognosi.
Sensibilità ecclesiale che, come buoni pastori, ci fa uscire verso il popolo di Dio per difenderlo dalle colonizzazioni ideologiche che gli tolgono l’identità e la degnità umana.
La sensibilità ecclesiale si manifesta anche nelle scelte pastorali e nella elaborazione dei Documenti, ove non deve prevalere l'aspetto teoretico-dottrinale astratto, quasi che i nostri orientamenti non siano destinati al nostro Popolo o al nostro Paese - ma soltanto ad alcuni studiosi e specialisti - invece dobbiamo perseguire lo sforzo di tradurle in proposte concrete e comprensibili.
La sensibilità ecclesiale e pastorale si concretizza anche nel rinforzare l’indispensabile ruolo di laici disposti ad assumersi le responsabilità che a loro competono.
In realtà, i laici che hanno una formazione cristiana autentica, non dovrebbero aver bisogno del Vescovo-pilota, o del monsignore-pilota o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo!
Hanno invece tutti la necessità del Vescovo Pastore!
Infine, la sensibilità ecclesiale si rivela concretamente nella collegialità e nella comunione tra i Vescovi e i loro Sacerdoti; nella comunione tra i Vescovi stessi; tra le Diocesi ricche - materialmente e vocazionalmente - e quelle in difficoltà; tra le periferie e il centro; tra le conferenze episcopali e i Vescovi con il successore di Pietro.
Si nota in alcune parti del mondo un diffuso indebolimento della collegialità, sia nella determinazione dei piani pastorali, sia nella condivisione degli impegni programmatici economico-finanziari. Manca l'abitudine di verificare la recezione di programmi e l'attuazione dei progetti, ad esempio, si organizza un convegno o un evento che, mettendo in evidenza le solite voci, narcotizza le Comunità, omologando scelte, opinioni e persone. Invece di lasciarci trasportare verso quegli orizzonti dove lo Spirito Santo ci chiede di andare.
Un altro esempio: perché si lasciano invecchiare così tanto gli Istituti religiosi, Monasteri, Congregazioni, tanto da non essere quasi più testimonianze evangeliche fedeli al carisma fondativo? Perché non si provvede ad accorparli prima che sia tardi sotto tanti punti di vista?
Mi fermo qui, dopo aver voluto offrire soltanto alcuni esempi sulla sensibilità ecclesiale indebolita a causa del continuo confronto con gli enormi problemi mondiali e dalla crisi che non risparmia nemmeno la stessa identità cristiana ed ecclesiale.
Possa il Signore - durante il Giubileo della Misericordia che avrà inizio il prossimo otto dicembre - concederci «la gioia di riscoprire e rendere feconda la misericordia di Dio, con la quale tutti siamo chiamati a dare consolazione a ogni uomo e a ogni donna del nostro tempo ... Affidiamo fin d’ora questo Anno Santo alla Madre della Misericordia, perché rivolga a noi il suo sguardo e vegli sul nostro cammino» (Omelia 13 marzo 2015).
Ora lascio a voi il tempo per proporre le vostre riflessioni, le vostre idee, le vostre domande sulla Evangelii Gaudium e vi ringrazio di cuore! 
PASTORI E NON BUROCRATI
"Abbiamo tanti, tanti preti a metà strada. E’ un dolore, che non sono riusciti ad arrivare alla pienezza: hanno qualcosa dei funzionari, una dimensione burocratica e questo non fa bene alla Chiesa"
Martedì 14 aprile 2014 Papa Francesco ha ricevuto in udienza vescovi, sacerdoti e seminaristi della comunità del Pontificio Collegio Leoniano di Anagni. Nel rivolgersi ai seminaristi, venuti a piedi, ha sottolineato l’importanza della formazione e del discernimento, sottolineando il fatto che essere sacerdoti non è ‘diventare funzionari di un azienda’ ma diventare buoni pastori sull’esempio di Gesù, alla cui base vi è la preghiera. Se non si ha questa vocazione, è bene lasciare il seminario, giacché non è la vocazione e tuttavia nella chiesa vi sono tante altre vocazioni e ruoli. Un richiamo forte e deciso al discernimento.  Qui sotto il discorso di Papa Francesco
Cari fratelli Vescovi, Sacerdoti e Seminaristi,
saluto tutti voi che formate la comunità del Pontificio Collegio Leoniano di Anagni. Ringrazio il Rettore per le parole che mi ha rivolto a nome di tutti. Un saluto speciale a voi, cari seminaristi, che avete voluto venire a Roma a piedi! Coraggiosi! Questo pellegrinaggio è un simbolo molto bello del vostro cammino formativo, da percorrere con entusiasmo e perseveranza, nell’amore di Cristo e nella comunione fraterna.
Il “Leoniano”, come Seminario regionale, offre il suo servizio ad alcune Diocesi del Lazio. Nella scia della tradizione formativa, esso è chiamato, nell’oggi della Chiesa, a proporre ai candidati al sacerdozio un’esperienza in grado di trasformare i loro progetti vocazionali in feconda realtà apostolica. Come ogni Seminario, anche il vostro ha lo scopo di preparare i futuri ministri ordinati in un clima di preghiera, di studio e di fraternità. E’ questa atmosfera evangelica, questa vita piena di Spirito Santo e di umanità, che consente a quanti vi si immergono di assimilare giorno per giorno i sentimenti di Gesù Cristo, il suo amore per il Padre e per la Chiesa, la sua dedizione senza riserve al Popolo di Dio. Preghiera, studio, fraternità e anche vita apostolica: sono i quattro pilastri della formazione, che interagiscono. La vita spirituale, forte; la vita intellettuale, seria; la vita comunitaria e, alla fine, la vita apostolica, ma non in ordine di importanza. Tutte e quattro sono importanti, se ne manca una la formazione non è buona. E queste quattro interagiscono. Quattro pilastri, quattro dimensioni su cui deve vivere un seminario.
Voi, cari seminaristi, non vi state preparando a fare un mestiere, a diventare funzionari di un’azienda o di un organismo burocratico. Abbiamo tanti, tanti preti a metà strada. E’ un dolore, che non sono riusciti ad arrivare alla pienezza: hanno qualcosa dei funzionari, una dimensione burocratica e questo non fa bene alla Chiesa. Mi raccomando, state attenti a non cadere in questo! Voi state diventando pastori ad immagine di Gesù Buon Pastore, per essere come Lui e in persona di Lui in mezzo al suo gregge, per pascere le sue pecore.
Di fronte a questa vocazione, noi possiamo rispondere come Maria all’angelo: «Come è possibile questo?» (cfr Lc 1,34). Diventare “buoni pastori” ad immagine di Gesù è una cosa troppo grande, e noi siamo tanto piccoli… E’ vero! Pensavo in questi giorni alla Messa crismale del Giovedì santo e ho sentito questo, che con questo dono tanto grande, che noi riceviamo, la nostra piccolezza è forte: siamo fra i più piccoli degli uomini. E’ vero, è troppo grande; ma non è opera nostra! È  opera dello Spirito Santo, con la nostra collaborazione. Si tratta di offrire umilmente se stessi, come creta da plasmare, perché il vasaio, che è Dio, la lavori con l’acqua e il fuoco, con la Parola e lo Spirito. Si tratta di entrare in quello che dice san Paolo: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» ( Gal 2,20). Solo così si può essere diaconi e presbiteri nella Chiesa, solo così si può pascere il popolo di Dio e guidarlo non sulle nostre vie, ma sulla via di Gesù, anzi, sulla Via che è Gesù.
È vero che, all’inizio, non sempre c’è una totale rettitudine di intenzioni. Ma io oserei dire: è difficile che ci sia. Tutti noi sempre abbiamo avuto queste piccole cose che non erano in rettitudine di intenzione, ma questo col tempo si risolve, con la conversione di ogni giorno. Ma pensiamo agli Apostoli! Pensate a Giacomo e Giovanni, che volevano diventare uno il primo ministro e l’altro il ministro dell’economia, perché era più importante. Gli Apostoli non avevano ancora questa rettitudine, pensavano un’altra cosa e il Signore con tanta pazienza ha fatto la correzione dell’intenzione e alla fine era tale la rettitudine della loro intenzione che hanno dato la vita nella predicazione e nel martirio. Non spaventarsi! “Ma io non sono sicuro se voglio essere prete per promozione…”. “Ma tu ami Gesù?” “Sì”. “Parla con il tuo padre spirituale, parla con i tuoi formatori, prega, prega, prega e vedrai che la rettitudine dell’intenzione andrà avanti”.
E questo cammino significa meditare ogni giorno il Vangelo, per trasmetterlo con la vita e la predicazione; significa sperimentare la misericordia di Dio nel sacramento della Riconciliazione. E questo non lasciarlo mai! Confessarsi, Sempre! E così diventerete ministri generosi e misericordiosi perché sentirete la misericordia di Dio su di voi. Significa cibarsi con fede e con amore dell’Eucaristia, per nutrire di essa il popolo cristiano; significa essere uomini di preghiera, per diventare voce di Cristo che loda il Padre e intercede continuamente per i fratelli (cfr Eb 7,25). La preghiera di intercessione, quella che facevano quei grandi uomini – Mosè, Abramo – che lottavano con Dio per il popolo, quella preghiera coraggiosa davanti a Dio. Se voi – ma questo lo dico dal cuore, senza offendere! – se voi, se qualcuno di voi, non siete disposti a seguire questa strada, con questi atteggiamenti e queste esperienze, è meglio che abbiate il coraggio di cercare un’altra strada. Ci sono molti modi, nella Chiesa, di dare testimonianza cristiana e tante strade che portano alla santità. Nella sequela ministeriale di Gesù non c’è posto per la mediocrità, quella mediocrità che conduce sempre ad usare il santo popolo di Dio a proprio vantaggio. Guai ai cattivi pastori che pascolano se stessi e non il gregge! – esclamavano i Profeti (cfr Ez 34,1-6) , con quanta forza! E Agostino prende questa frase profetica nel suo De Pastoribus , che vi raccomando di leggere e meditare. Ma guai ai cattivi pastori, perché il seminario, diciamo la verità, non è un rifugio per tante limitazioni che possiamo avere, un rifugio di mancanze psicologiche o un rifugio perché non ho il coraggio di andare avanti nella vita e cerco lì un posto che mi difenda. No, non è questo. Se il vostro seminario fosse questo, diventerebbe un’ipoteca per la Chiesa! No, il seminario è proprio per andare avanti, avanti in questa strada. E quando sentiamo i profeti dire “guai!” che questo “guai!” vi faccia riflettere seriamente sul vostro futuro. Pio XI una volta aveva detto che era meglio perdere una vocazione che rischiare con un candidato non sicuro. Era alpinista, conosceva queste cose.
Carissimi, vi ringrazio della vostra visita. Vi ringrazio di essere venuti a piedi. Vi accompagno con la mia preghiera e la mia benedizione, e vi affido alla Vergine, che è Madre. Mai dimenticarla! I mistici russi dicevano che nel momento delle turbolenze spirituali bisogna rifugiarsi sotto il manto della Santa Madre di Dio. Mai uscire di là! Coperti con il manto. E per favore, pregate per me!

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Cari Fratelli nell'Episcopato,

Le Letture bibliche che abbiamo sentito ci fanno riflettere. A me hanno fatto riflettere tanto. Ho fatto come una meditazione per noi Vescovi, prima per me, Vescovo come voi, e la condivido con voi.
È significativo - e ne sono particolarmente contento - che il nostro primo incontro avvenga proprio qui, sul luogo che custodisce non solo la tomba di Pietro, ma la memoria viva della sua testimonianza di fede, del suo servizio alla verità, del suo donarsi fino al martirio per il Vangelo e per la Chiesa.
Questa sera questo altare della Confessione diventa così il nostro lago di Tiberiade, sulle cui rive riascoltiamo lo stupendo dialogo tra Gesù e Pietro, con l’interrogativo indirizzato all’Apostolo, ma che deve risuonare anche nel nostro cuore di Vescovi.
«Mi ami tu?»; «Mi sei amico?» (cfr Gv 21,15ss).
La domanda è rivolta a un uomo che, nonostante solenni dichiarazioni, si era lasciato prendere dalla paura e aveva rinnegato.
«Mi ami tu?»; «Mi sei amico?».
La domanda è rivolta a me e a ciascuno di noi, a tutti noi: se evitiamo di rispondere in maniera troppo affrettata e superficiale, essa ci spinge a guardarci dentro, a rientrare in noi stessi.
«Mi ami tu?»; «Mi sei amico?».
Colui che scruta i cuori (cfr Rm 8,27) si fa mendicante d'amore e ci interroga sull'unica questione veramente essenziale, premessa e condizione per pascere le sue pecore, i suoi agnelli, la sua Chiesa. Ogni ministero si fonda su questa intimità con il Signore; vivere di Lui è la misura del nostro servizio ecclesiale, che si esprime nella disponibilità all'obbedienza, all'abbassamento, come abbiamo sentito nella Lettera ai Flippesi, e alla donazione totale (cfr 2,6-11).
Del resto, la conseguenza dell'amare il Signore è dare tutto - proprio tutto, fino alla stessa vita - per Lui: questo è ciò che deve distinguere il nostro ministero pastorale; è la cartina di tornasole che dice con quale profondità abbiamo abbracciato il dono ricevuto rispondendo alla chiamata di Gesù e quanto ci siamo legati alle persone e alle comunità che ci sono state affidate. Non siamo espressione di una struttura o di una necessità organizzativa: anche con il servizio della nostra autorità siamo chiamati a essere segno della presenza e dell'azione del Signore risorto, a edificare, quindi, la comunità nella carità fraterna.
Non che questo sia scontato: anche l'amore più grande, infatti, quando non è continuamente alimentato, si affievolisce e si spegne. Non per nulla l'Apostolo Paolo ammonisce: «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio» (At 20,28).
La mancata vigilanza - lo sappiamo - rende tiepido il Pastore; lo fa distratto, dimentico e persino insofferente; lo seduce con la prospettiva della carriera, la lusinga del denaro e i compromessi con lo spirito del mondo; lo impigrisce, trasformandolo in un funzionario, un chierico di stato preoccupato più di sé, dell'organizzazione e delle strutture, che del vero bene del Popolo di Dio. Si corre il rischio, allora, come l’Apostolo Pietro, di rinnegare il Signore, anche se formalmente ci si presenta e si parla in suo nome; si offusca la santità della Madre Chiesa gerarchica, rendendola meno feconda.
Chi siamo, Fratelli, davanti a Dio? Quali sono le nostre prove? Ne abbiamo tante; ognuno di noi sa le sue. Che cosa ci sta dicendo Dio attraverso di esse? Su che cosa ci stiamo appoggiando per superarle?
Come per Pietro, la domanda insistente e accorata di Gesù può lasciarci addolorati e maggiormente consapevoli della debolezza della nostra libertà, insidiata com'è da mille condizionamenti interni ed esterni, che spesso suscitano smarrimento, frustrazione, persino incredulità.
Non sono certamente questi i sentimenti e gli atteggiamenti che il Signore intende suscitare; piuttosto, di essi approfitta il Nemico, il Diavolo, per isolare nell'amarezza, nella lamentela e nello scoraggiamento.
Gesù, buon Pastore, non umilia né abbandona al rimorso: in Lui parla la tenerezza del Padre, che consola e rilancia; fa passare dalla disgregazione della vergogna – perché davvero la vergogna ci disgrega - al tessuto della fiducia; ridona coraggio, riaffida responsabilità, consegna alla missione.
Pietro, che purificato al fuoco del perdono può dire umilmente «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene» (Gv 21,17). Sono sicuro che tutti noi possiamo dirlo di cuore. E Pietro purificato, nella sua prima Lettera ci esorta a pascere «il gregge di Dio [...], sorvegliandolo non perché costretti ma volentieri [...], non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a noi affidate, ma facendoci modelli del gregge» (1Pt 5,2-3).
Sì, essere Pastori significa credere ogni giorno nella grazia e nella forza che ci viene dal Signore, nonostante la nostra debolezza, e assumere fino in fondo la responsabilità di camminare innanzi al gregge, sciolti da pesi che intralciano la sana celerità apostolica, e senza tentennamenti nella guida, per rendere riconoscibile la nostra voce sia da quanti hanno abbracciato la fede, sia da coloro che ancora «non sono di questo ovile» (Gv 10,16): siamo chiamati a far nostro il sogno di Dio, la cui casa non conosce esclusione di persone o di popoli, come annunciava profeticamente Isaia nella Prima Lettura (cfr Is 2,2-5).
Per questo, essere Pastori vuol dire anche disporsi a camminare in mezzo e dietro al gregge: capaci di ascoltare il silenzioso racconto di chi soffre e di sostenere il passo di chi teme di non farcela; attenti a rialzare, a rassicurare e a infondere speranza. Dalla condivisione con gli umili la nostra fede esce sempre rafforzata: mettiamo da parte, quindi, ogni forma di supponenza, per chinarci su quanti il Signore ha affidato alla nostra sollecitudine. Fra questi, un posto particolare, ben particolare, riserviamolo ai nostri sacerdoti: soprattutto per loro, il nostro cuore, la nostra mano e la nostra porta restino aperte in ogni circostanza. Loro sono i primi fedeli che abbiamo noi Vescovi: i nostri sacerdoti. Amiamoli! Amiamoli di cuore! sono i nostri figli e i nostri fratelli!
Cari fratelli, la professione di fede che ora rinnoviamo insieme non è un atto formale, ma è rinnovare la nostra risposta al "Seguimi" con cui si conclude il Vangelo di Giovanni (21,19): porta a dispiegare la propria vita secondo il progetto di Dio, impegnando tutto di sé per il Signore Gesù. Da qui sgorga quel discernimento che conosce e si fa carico dei pensieri, delle attese e delle necessità degli uomini del nostro tempo.
Con questo spirito, ringrazio di cuore ciascuno di voi per il vostro servizio, per il vostro amore alla Chiesa.
E la Madre è qui! Vi pongo, e anche io mi pongo, sotto il manto di Maria, Nostra Signora.
Madre del silenzio, che custodisce il mistero di Dio, liberaci dall'idolatria del presente, a cui si condanna chi dimentica.
Purifica gli occhi dei Pastori con il collirio della memoria: torneremo alla freschezza delle origini, per una Chiesa orante e penitente.
Madre della bellezza, che fiorisce dalla fedeltà al lavoro quotidiano, destaci dal torpore della pigrizia, della meschinità e del disfattismo.
Rivesti i Pastori di quella compassione che unifica e integra: scopriremo la gioia di una Chiesa serva, umile e fraterna.

Madre della tenerezza, che avvolge di pazienza e di misericordia, aiutaci a bruciare tristezze, impazienze e rigidità di chi non conosce appartenenza.
Intercedi presso tuo Figlio perché siano agili le nostre mani, i nostri piedi e i nostri cuori:edificheremo la Chiesa con la verità nella carità.
Madre, saremo il Popolo di Dio, pellegrinante verso il Regno. Amen.
(Da www.vatican.va)


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Data Ultimo Aggiornamento del Sito: 25/02/2019
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