Papa - Parrocchia S. Andrea Apostolo - Santa Maria Capua Vetere

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Papa

SANTA SEDE
Il Papa il 31 ottobre in Svezia commemora i 500 anni 
della riforma di Lutero
In un comunicato congiunto a cura della Federazione Luterana Mondiale e del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, si legge che la commemorazione ecumenica congiunta luterano-cattolica del 500esimo anniversario della Riforma il 31 ottobre a Lund, (Svezia), si svolgerà in due momenti: 
avrà inizio con una liturgia nella Cattedrale di Lund 
e continuerà con un evento pubblico nello stadio di Malmo, aperto a una più ampia partecipazione.
L’evento congiunto della Federazione Luterana Mondiale (LWF) e della Chiesa Cattolica Romana, prosegue la nota, intende mettere in evidenza i 50 anni di continuo dialogo ecumenico fra cattolici e luterani e i doni derivanti da tale collaborazione. 
La commemorazione cattolico-luterana dei 500 anni della Riforma si impernia sui temi del rendimento di grazie, del pentimento e dell’impegno nella testimonianza comune. L’obiettivo è di esprimere i doni della Riforma e chiedere perdono per la divisione perpetuata dai cristiani delle due tradizioni.
La cattedrale di Lund sarà il luogo dove si svolgerà la cerimonia di preghiera comune, basata sulla guida liturgica cattolico-luterana di recente pubblicazione intitolata «Preghiera Comune», che a sua volta si fonda sul documento: «Dal conflitto alla comunione». Lo stadio di Malmo sarà lo scenario dove si svolgeranno le attività dedicate all’impegno della testimonianza e del servizio comune di cattolici e luterani nel mondo. Saranno presentati gli aspetti più importanti del lavoro comune del Servizio Mondiale della Federazione Luterana Mondiale (LWF World Service) e di Caritas Internationalis, come la cura dei profughi, il servizio della pace e la difesa della giustizia climatica. 
Il Santo Padre Francesco, il Vescovo Dr Munib A. Younan e il Rev. Dr. Martin Junge, rispettivamente Presidente e Segretario Generale della Federazione Luterana Mondiale, guideranno la cerimonia della preghiera comune a Lund e l’evento nello stadio di Malmö, in collaborazione con i responsabili della Chiesa di Svezia e della Diocesi cattolica di Stoccolma.
 
PAPA FRANCESCO
 al palazzetto dello sport di Asunción (PARAGUAY)
«La corruzione è la cancrena di un popolo»

Francesco incontrando ad Asunción i rappresentanti della società civile cita l'esempio positivo delle «Riduzioni» dei gesuiti che evangelizzavano gli indios rispettandoli e valorizzando la loro cultura: «Una società più umana è possibile». E a braccio parla di una persona «sequestrata» da un gruppo guerrigliero
Il Papa gesuita incontra la società civile paraguayana al palazzetto dello spot León Condou e cita l'esperienza delle «Reducciones», le «Riduzioni» che la Compagnia di Gesù istituì in queste terre per evangelizzare gli indios rispettando le loro tradizioni e la loro cultura. «Il Paraguay - ha detto Francesco - è noto in tutto il mondo per essere stato la terra dove iniziarono le “Riduzioni”, una delle più interessanti esperienze di evangelizzazione e di organizzazione sociale della storia. In esse, il Vangelo era l’anima e la vita di comunità dove non c’era fame, né disoccupazione, né analfabetismo né oppressione». 
«Questa esperienza storica - ha aggiunto Papa Bergoglio - ci insegna che una società più umana è possibile anche oggi. È possibile! Quando c'è amore per l’uomo, e volontà di servirlo, è possibile creare le condizioni affinché tutti abbiano accesso a beni necessari, senza che nessuno sia escluso. Bisogna cercare le soluzioni».
Le riduzioni gesuite erano piccoli nuclei cittadini, in cui erano strutturate le missioni in Paraguay, in Ecuador e in Cile tra Seicento e Settecento. Avevano il fine di evangelizzare le popolazioni indigene, insegnando in particolare arte e musica, cercando di creare una società cristiana.
«Un popolo che non mantiene vive le sue preoccupazioni, un popolo che vive nell’inerzia dell’accettazione passiva, è un popolo morto. Al contrario, vedo in voi la linfa di una vita che scorre e che vuole germinare», ha detto Francesco, ricordando che «Dio è sempre a favore di tutto ciò che aiuta a sollevare, a migliorare la vita dei suoi figli».
Alla domanda di un giovane il Papa ha risposto così: «Quanto è importante che voi giovani comprendiate che la vera felicità passa attraverso la lotta per un mondo più fraterno! Che buona cosa che voi giovani notiate che la felicità e il piacere non sono sinonimi. Ma che la felicità richiede l’impegno e la dedizione. Voi siete molto preziosi per camminare nella vita come “anestetizzati”! Il Paraguay ha un’abbondante popolazione giovane ed è una grande ricchezza... Non abbiate paura di dare tutto in campo. Non abbiate paura di dare il meglio di voi». Bergoglio ha quindi invitato a giovani ad ascoltare dalle persone anziane e dai nonni i loro racconti di vita: «Perdete molto tempo ad ascoltare tutte le cose buone che hanno da insegnarvi».
Il Papa ha invitato i giovani alla concretezza, a non parlare senza agire conseguentemente: «Mi fa un po' di allergia ascoltare parole magniloquenti, ma se si conosce la persona viene da dire: che bugiardo!».
A proposito delle difficoltà ancora da superare, Francesco ha proposto il dialogo
«come mezzo per costruire un progetto di nazione che includa tutti
». «Il dialogo presuppone, esige da noi la cultura dell’incontro. Un incontro che sappia riconoscere che la diversità non solo è buona: è necessaria. Quindi il punto di partenza non può essere che l’altro si sta sbagliando. Il bene comune si cerca a partire dalle nostre differenze, dando sempre la possibilità a nuove alternative». Dialogare, ha aggiunto a braccio, «non significa negoziare». Molte volte, aggiunge, questa cultura dell’incontro si vede coinvolta nel conflitto. È logico e prevedibile. Non dobbiamo temerlo, o ignorarlo, al contrario siamo invitati a farcene carico».
Questa, ha continuato il Papa, «è la base dell’incontro: siamo tutti fratelli, figli dello stesso Padre celeste, e ciascuno con la propria cultura, la propria lingua, le proprie tradizioni, ha molto da offrire alla comunità. Le autentiche culture non sono chiuse in sé stesse, ma sono chiamate a incontrarsi con altre culture e creare nuove realtà. Senza questo presupposto essenziale, senza questa base di fraternità sarà molto difficile giungere al dialogo. Se qualcuno considera che ci sono persone, culture, situazioni di seconda, terza o quarta categoria... qualcosa di sicuro andrà male, perché manca semplicemente il minimo, il riconoscimento della dignità dell’altro».
Francesco ha quindi invitato ad accogliere il «grido dei poveri per costruire una società più inclusiva». «Tutti necessitiamo di tutti», ha aggiunto a braccio. E ha sottolineato: «Un aspetto fondamentale per promuovere i poveri è nel modo in cui li vediamo. Non serve uno sguardo ideologico, che finisce per utilizzarli al servizio di altri interessi politici o personali. Le ideologie finiscono male, non servono. Le ideologie hanno un rapporto incompleto o malato o cattivo con il popolo. Le ideologie non assumono il popolo... Le ideologie dicono di fare tutto per il popolo, ma nulla per il popolo!». Parole significative che mostrano quanto sia distante la prospettiva evangelica del Papa da certe strumentalizzazioni ideologiche. Per ricercare davvero il bene dei poveri, «la prima cosa è avere una vera preoccupazione per la loro persona, apprezzarli per la loro bontà. Ma un reale apprezzamento richiede di essere disposti a imparare da loro. I poveri hanno molto da insegnarci in umanità, in bontà, in sacrificio. E noi cristiani abbiamo inoltre un motivo in più per amare e servire i poveri: in loro vediamo il volto e la carne di Cristo, che si è fatto povero per arricchirci per mezzo della sua povertà... Se guardiamo dall'altra parte quando diamo l'elemosina questo significa disprezzare il povero. Dobbiamo rispettare il povero non usarlo per lavarmi la coscienza. Apprezzare i poveri per il valore che hanno».
Per un Paese, ha osservato Bergoglio, sono necessarie «la crescita economica e la creazione di ricchezza, e che questa arrivi a tutti i cittadini, senza che nessuno rimanga escluso. La creazione di questa ricchezza dev’essere sempre in funzione del bene comune, di tutti, e non di quello di pochi... Lo sviluppo economico deve sempre avere un volto umano. Gli imprenditori e gli economisti devono interrogarsi su questo». «Vi chiedo - ha detto il Papa - di non cedere a un modello economico idolatrico che abbia bisogno di sacrificare vite umane sull’altare del denaro e del profitto. Nell’economia, nell’azienda, nella politica, la prima cosa è la persona e l’ambiente in cui vive».
Francesco ha concluso rivolgendosi a braccio ai politici (in sala c'era anche il Presidente della Repubblica). «Siccome ci sono politici qui presenti, lo dico fraternamente: venendo qui mi hanno parlato di una persona che sarebbe stata "sequestrata" dall'esercito... Solo dico, non so se è vero o no, però uno dei metodi che avevano le ideologie dittatoriali del secolo scorso era proprio mettere da parte la gente, reprimerla, o metterla in campi di concentramento, come i nazisti...». Con ogni probabilità un riferimento a Edelio Murinigo, un poliziotto catturato non dall'esercito ma dall'organizzazione ribelle chiamata Esercito del popolo paraguayano.
«E un'altra cosa, voglio dire: un metodo che non dà libertà alla persona ad assumere la loro responsabilità nella società, è il ricatto: devi fare questo per avere quest'altro. Il ricatto è sempre corruzione. E la corruzione è la cancrena di un popolo».
E prima di pregare, Francesco ha concluso: «La cosa peggiore che potete fare uscendo da qui è dire: il Papa ce l'aveva con quello e con quell'altro... E non capire che invece le cose erano dette proprio per lui».
La nuova enciclica di Papa Francesco
Laudato si'
Dopo quasi un anno di attesa e in seguito alla recente sorpresa dei giorni precedenti di una semi pubblicazione da parte di qualcuno molto impaziente, pochi minuti fa nell’Aula Nuova del Sinodo in Vaticano è stato reso pubblico al mondo intero il contenuto testuale della seconda Lettera Enciclica di Papa Francesco, costituita da 192 pagine e arrecante la data del 24 maggio 2015, Solennità di Pentecoste.
 
L'Enciclica sulla custodia del Creato e sui cambiamenti climatici è intitolata Laudato Si' - Sulla cura della casa comune, e si apre in nome e in ricordo di San Francesco d'Assisi, esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale, scrive il Santo Padre, e ancora prosegue: "È il santo patrono di tutti quelli che studiano e lavorano nel campo dell’ecologia, amato anche da molti che non sono cristiani. Egli manifestò un’attenzione particolare verso la creazione di Dio e verso i più poveri e abbandonati".
 
Papa Francesco a coronamento della sua seconda Enciclica - la prima, Lumen Fidei, risale al 29 giugno 2013 - ha voluto menzionare nel paragrafo che succede l'introduzione del documento pontificio l'intero corpus delle encicliche sul Creato e sulla tutela dell'ambiente pubblicate dal secondo dopoguerra sino al primo decennio del XXI secolo, le quali nella loro totalità spiegano e comunicano al mondo il significato teologico dell'ecologia.
 
L'ampia trattazione del Santo Padre infatti è introdotta dalla Pacem in Terris di Papa Giovanni XXIII rivolta a tutto il “mondo cattolico”, «nonché a tutti gli uomini di buona volontà», seguita otto anni dopo dalla Lettera apostolica Octogesima adveniens (14 maggio 1971) di Paolo VI e più tardi dalla prima Lettera Enciclica di San Giovanni Paolo II Redemptor hominis (4 marzo 1979).
 
L'invito a « eliminare le cause strutturali delle disfunzioni dell’economia mondiale e di correggere i modelli di crescita che sembrano incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente», come ricorda Francesco nel testo, è stato esteso anche da Papa Benedetto XVI in diverse occasioni in cui l'Emerito ha proposto di riconoscere che l’ambiente naturale è pieno di ferite prodotte dal comportamento irresponsabile dell'uomo.
 
Ai contributi dei Papi, che raccolgono la riflessione di innumerevoli scienziati, filosofi, teologi e organizzazioni sociali che hanno arricchito il pensiero della Chiesa sulla questione ecologica, Papa Francesco, come aveva annunciato giovedì 11 giugno scorso, nel discorso improvvisato durante il terzo Ritiro Mondiale dei Sacerdoti, promosso dall'ICCRS e dalla Catholic Fraternity, a San Giovanni in Laterano, dedica due paragrafi al Patriarca Bartolomeo: "Il Patriarca Bartolomeo - si legge al paragrafo 8 del testo pontificio - si è riferito particolarmente alla necessità che ognuno si penta del proprio modo di maltrattare il pianeta, perché «nella misura in cui tutti noi causiamo piccoli danni ecologici», siamo chiamati a riconoscere «il nostro apporto, piccolo o grande, allo stravolgimento e alla distruzione dell’ambiente»".
 
All'impegno attivo e organico del "caro" Patriarca Bartolomeo, verso il quale il Papa ha sempre manifestato stima fraterna e immensa benevolenza in segno dell'unione ecumenica, Francesco unisce il suo appello affinché tutta la famiglia umana raccolga la sfida urgente di proteggere la "nostra casa comune" nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, "poiché sappiamo che le cose possono cambiare" - scrive il pontefice esprimendo grande speranza nella capacità dell'uomo di collaborare in questo progetto di ri-edificazione naturale. E poi l'augurio: "Spero che questa Lettera enciclica, che si aggiunge al Magistero sociale della Chiesa, ci aiuti a riconoscere la grandezza, l’urgenza e la bellezza della sfida che ci si presenta".

Al centro del percorso dell’enciclica, c’è un interrogativo: “Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che ora stanno crescendo?”,  ha detto il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente dl Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, presentando ai giornalisti la nuova Enciclica del Papa, e tutto ciò, ha commentato il cardinale, “porta ad interrogarsi sul senso dell’esistenza e sui valori che stanno alla base della vita sociale”. Fondamentale l’appello del Papa ad una “conversione ecologica”, a “cambiare rotta” per rispondere ai “gemiti” della terra e di tutti gli “scartati” del mondo.
 
L’Enciclica, seppur sia dedicata a San Francesco d'Assisi, ricorda anche San Benedetto, Santa Teresa di Lisieux e il beato Charles de Foucauld. Il testo, inoltre, si chiude con due preghiere: una che possiamo condividere tutti quanti crediamo in un Dio creatore onnipotente, e un’altra affinché noi cristiani sappiamo assumere gli impegni verso il creato che il Vangelo di Gesù ci propone [...].
 
Su quali specifici argomenti si concentra esattamente la Lettera Enciclica Laudato Si' - Sulla cura della casa comune? Nella totalità di 192 pagine, 246 paragrafi e di 6 capitoli il Pontefice ha cercato di “prendere in esame la situazione attuale dell’umanità, tanto nelle crepe del pianeta che abitiamo, quanto nelle cause più profondamente umane del degrado ambientale”; egli si occupa principalmente dell’economia e dello scandalo del miliardo e mezzo di persone che vivono sotto la soglia di povertà, quella che il pontefice chiama “miseria globalizzata”.
 
Inoltre, nel testo - presentato come un manifesto della “teologia della povertà e dell’ambiente”e come documento "ecumenico" - è riconosciuto un legame specifico, e inscindibile, tra la custodia del Creato e la promozione della giustizia: sono i poveri a subire le più drammatiche conseguenze dello sfruttamento insensato delle risorse del pianeta: desertificazione, scarsità e avvelenamento delle acque, espropriazione delle terre coltivabili, inquinamento atmosferico, concentrazione dello sfruttamento delle materie prime.
 
È del resto lo stesso Francesco a delineare le linee del cammino testuale annotando nel corpo introduttivo, in particolare al paragrafo 15, la volontà di soffermarsi sulla crisi ecologica contemporanea, su alcune argomentazioni che affondano le basi nel contesto della tradizione giudeo-cristiana, fino ad analizzare la dimensione sociale, con i sintomi e le cause del problema ecologico dei nostri giorni che interessano “tanto il grido della terra, quanto il grido dei poveri”. Ecco le tematiche affrontate:
 

Capitolo I. Quello che sta accadendo alla nostra casa
 
- Inquinamento, rifiuti e cultura dello scarto. "La terra, nostra casa, sembra trasformarsi sempre più in un immenso deposito di immondizia".
 
- Il clima come bene comune. “L’umanità è chiamata a prendere coscienza della necessità di cambiamenti di stili di vita, di produzione e di consumo, per combattere questo riscaldamento o, almeno, le cause umane che lo producono o lo accentuano. […] Se la tendenza attuale continua, questo secolo potrebbe essere testimone di cambiamenti climatici inauditi e di una distruzione senza precedenti degli ecosistemi, con gravi conseguenze per tutti noi”. E ancora il Papa scrive: “Molti di coloro che detengono più risorse e potere economico o politico sembrano concentrarsi soprattutto nel mascherare i problemi o nasconderne i sintomi, cercando solo di ridurre alcuni impatti negativi di cambiamenti climatici”.
 
- La questione dell’acqua. “La povertà di acqua pubblica si ha specialmente in Africa, dove grandi settori della popolazione non accedono all’acqua potabile sicura, o subiscono siccità che rendono difficile la produzione di cibo. In alcuni Paesi ci sono regioni con abbondanza di acqua, mentre altre patiscono una grave carenza. [...] L’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani. Questo mondo ha un grave debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità.
 
- Perdita e biodiversità. “Sono lodevoli e a volte ammirevoli gli sforzi di scienziati e tecnici che cercano di risolvere i problemi creati dall’essere umano. Ma osservando il mondo notiamo che questo livello di intervento umano, spesso al servizio della finanza e del consumismo, in realtà fa sì che la terra in cui viviamo diventi meno ricca e bella, sempre più limitata e grigia, mentre contemporaneamente lo sviluppo della tecnologia e delle offerte di consumo continua ad avanzare senza limiti”.
 
- Deterioramento della qualità della vita umana e degradazione sociale.
 
- Iniquità planetaria. "L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale. Di fatto, il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta [...] Vorrei osservare che spesso non si ha chiara consapevolezza dei problemi che colpiscono particolarmente gli esclusi. Essi sono la maggior parte del pianeta, miliardi di persone. Oggi sono menzionati nei dibattiti politici ed economici internazionali, ma per lo più sembra che i loro problemi si pongano come un’appendice, come una questione che si aggiunga quasi per obbligo o in maniera periferica, se non li si considera un mero danno collaterale. Di fatto, al momento dell’attuazione concreta, rimangono frequentemente all’ultimo posto. Questo si deve in parte al fatto che tanti professionisti, opinionisti, mezzi di comunicazione e centri di potere sono ubicati lontani da loro, in aree urbane isolate, senza contatto diretto con i loro problemi. Vivono e riflettono a partire dalla comodità di uno sviluppo e di una qualità di vita che non sono alla portata della maggior parte della popolazione mondiale".
 
- La debolezza delle relazioni. "Il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e c’è bisogno di costruire leadership che indichino strade, cercando di rispondere alle necessità delle generazioni attuali includendo tutti, senza compromettere le generazioni future. Si rende indispensabile creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia. [...] È prevedibile che, di fronte all’esaurimento di alcune risorse, si vada creando uno scenario favorevole per nuove guerre, mascherate con nobili rivendicazioni. La guerra causa sempre gravi danni all’ambiente e alla ricchezza culturale dei popoli, e i rischi diventano enormi quando si pensa all’energia nucleare e alle armi biologiche. [...] Si richiede dalla politica una maggiore attenzione per prevenire e risolvere le cause che possono dare origine a nuovi conflitti".
 
- Diversità di opinioni, tra chi sostiene che i problemi ecologici si risolveranno con nuove “applicazioni tecniche”, e coloro che ritengono che il vero pericolo che la natura deve affrontare è la specie umana.
 
 
Capitolo II. Il Vangelo della Creazione
 
Il Santo Padre ha desiderato introdurre straordinariamente un particolare capitolo, Il Vangelo della Creazione, nel quale spiega come scienza e religione possano essere parte di un dialogo intenso e produttivo per entrambe, soprattutto se si considera il contesto di grave pericolosità nel quale si trovano oggi l’uomo e l’intero ecosistema.
 
 
Capitolo III. La radice umana della crisi ecologica
 
“Non possiamo ignorare che l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso dna e altre potenzialità che abbiamo acquisito ci offrono un tremendo potere. Anzi, danno a coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero. Mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene, soprattutto se si considera il modo in cui se ne sta servendo. Basta ricordare le bombe atomiche lanciate in pieno XX secolo, come il grande spiegamento di tecnologia ostentato dal nazismo, dal comunismo e da altri regimi totalitari al servizio dello sterminio di milioni di persone, senza dimenticare che oggi la guerra dispone di strumenti sempre più micidiali. In quali mani sta e in quali può giungere tanto potere? È terribilmente rischioso che esso risieda in una piccola parte dell’umanità”.
 
- Crisi e conseguenze dell’antropocentrismo moderno. “Se l’essere umano si dichiara autonomo dalla realtà e si costituisce dominatore assoluto, la stessa base della sua esistenza si sgretola, perché «Invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura ». […] Non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovo. Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia.
 
- Il relativismo pratico.
 
- La necessità di difendere il lavoro. “Affermiamo che «l’uomo è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale ». 100 Ciononostante, quando nell’essere umano si perde la capacità di contemplare e di rispettare, si creano le condizioni perché il senso del lavoro venga stravolto.101 Conviene ricordare sempre che l’essere umano è nello stesso tempo « capace di divenire lui stesso attore responsabile del suo miglioramento materiale, del suo progresso morale, dello svolgimento pieno del suo destino spirituale ». […] Siamo chiamati al lavoro fin dalla nostra creazione. Non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale. In questo senso, aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze. Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro”.
 
- L’innovazione biologica a partire dalla ricerca.
 
 
Capitolo IV. Un'ecologia integrale
 
“Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura”.
 
- Ecologia vulturale.
 
- Ecologia della vita quotidiana.
 
- Il principio del bene comune. “L’ecologia umana è inseparabile dalla nozione di bene comune, un principio che svolge un ruolo centrale e unificante nell’etica sociale. È «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente». […] Il principio del bene comune si trasforma immediatamente, come logica e ineludibile conseguenza, in un appello alla solidarietà e in una opzione preferenziale per i più poveri”.
 
- La giustizia tra le generazioni.
 
 
Capitolo V. Alcune linee di orientamento e di azione
 
- Dialogo sull’ambiente nella politica internazionale. “I Vertici mondiali sull’ambiente degli ultimi anni non hanno risposto alle aspettative perché, per mancanza di decisione politica, non hanno raggiunto accordi ambientali globali realmente significativi ed efficaci. […] Urgono accordi internazionali che si realizzino, considerata la scarsa capacità delle istanze locali di intervenire in modo efficace. Le relazioni tra Stati devono salvaguardare la sovranità di ciascuno, ma anche stabilire percorsi concordati per evitare catastrofi locali che finirebbero per danneggiare tutti”.
 
- Il dialogo verso nuove politiche nazionali e locali.
 
- Dialogo e trasparenza nei processi decisionali.
 
- Politica ed economia in dialogo per la pienezza umana. “La politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia. Oggi, pensando al bene comune, abbiamo bisogno in modo ineludibile che la politica e l’economia, in dialogo, si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana. […] In questo contesto bisogna sempre ricordare che «la protezione ambientale non può essere assicurata solo sulla base del calcolo finanziario di costi e benefici. L’ambiente è uno di quei beni che i meccanismi del mercato non sono in grado di difendere o di promuovere adeguatamente»”.
 
- Le religioni nel dialogo con le scienze.
 
 
Capitolo VI. Educazione e spiritualità ecologica
 
“Eppure, non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto. Sono capaci di guardare a sé stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà. Non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua ad incoraggiare dal profondo dei nostri cuori. Ad ogni persona di questo mondo chiedo di non dimenticare questa sua dignità che nessuno ha diritto di toglierle”.
 
- Educare all’alleanza tra l’umanità e l’ambiente.
 
- La conversione ecologica.
 
- Gioia e pace.
 
- Amore civile e politico. “Occorre sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo, che vale la pena di essere buoni e onesti. Già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà, ed è arrivato il momento di riconoscere che questa allegra superficialità ci è servita a poco”.
 
- I segni sacramentali e il riposo celebrativo.
 
- La Trinità e la relazione tra le creature.
 
- La Regina di tutto il Creato.
 
- Al di là del sole.
 
Le frasi più belle di Papa Francesco 
"Quando in una famiglia non si è invadente, si chiede: 
“permesso”.
"Quando in una famiglia non si è egoista, si impara a dire: 
“grazie”.
      "Quando in una famiglia, uno se ne accorge che ha 
       fatto una cosa brutta e sa chiedere: 
       “scusa”.
"In quella famiglia c'é pace e gioia"
(29 Dicembre 2013)
 
 
18 MAGGIO 2015: 
discorso di papa Francesco all’apertura
dell'Assemblea della Conferenza Episcopale Italiana
Cari fratelli, buon pomeriggio, 
saluto tutti e saluto i nuovi nominati dopo l'ultima Assemblea, e anche i due nuovi Cardinali, creati dopo l'ultima Assemblea.
Quando io sento questo passo del Vangelo di Marco, io penso: ma questo Marco ce l'ha con la Maddalena! Perché fino all'ultimo momento ci ricorda che lei aveva ospitato sette demoni. Ma poi penso: e io quanti ne ho ospitati? E rimango zitto.
Vorrei innanzitutto esprimervi il mio ringraziamento per questo incontro e per il tema che avete scelto: l’Esortazione apostolica “Evangelii Gaudium”.
La gioia del Vangelo, in questo momento storico ove spesso siamo accerchiati da notizie sconfortanti, da situazioni locali e internazionali che ci fanno sperimentare afflizione e tribolazione - in questo quadro realisticamente poco confortante - la nostra vocazione cristiana ed episcopale è quella di andare contro corrente: ossia di essere testimoni gioiosi del Cristo Risorto per trasmettere gioia e speranza agli altri. La nostra vocazione è ascoltare ciò che il Signore ci chiede: “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio” (Is 40, 1). Infatti, a noi viene chiesto di consolare, di aiutare, di incoraggiare, senza alcuna distinzione, tutti i nostri fratelli oppressi sotto il peso delle loro croci, accompagnandoli, senza mai stancarci di operare per risollevarli con la forza che viene solo da Dio.
Anche Gesù ci dice: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà rendere salato? A null'altro serve che a essere gettato via e calpestato dagli uomini” (Mt 5, 13).
È assai brutto incontrare un consacrato abbattuto, demotivato o spento: egli è come un pozzo secco dove la gente non trova acqua per dissetarsi.
Oggi perciò, sapendo che avete scelto, quale argomento di questo incontro, l’Esortazione Evangelii Gaudium, vorrei ascoltare le vostre idee, le vostre domande, e condividere con voi alcune mie domande e riflessioni.
I miei interrogativi e le mie preoccupazioni nascono da una visione globale e soprattutto dagli innumerevoli incontri che ho avuto in questi due anni con le Conferenze Episcopali, ove ho notato l’importanza di quello che si può definire la sensibilità ecclesiale: ossia appropriarsi degli stessi sentimenti di Cristo, di umiltà, di compassione, di misericordia, di concretezza e di saggezza.
La sensibilità ecclesiale che comporta anche di non essere timidi o irrilevanti nello sconfessare e nello sconfiggere una diffusa mentalità di corruzione pubblica e privata che è riuscita a impoverire, senza alcuna vergogna, famiglie, pensionati, onesti lavoratori, comunità cristiane, scartando i giovani, sistematicamente privati di ogni speranza sul loro futuro, e soprattutto emarginando i deboli e i bisognosi.
Sensibilità ecclesiale che, come buoni pastori, ci fa uscire verso il popolo di Dio per difenderlo dalle colonizzazioni ideologiche che gli tolgono l’identità e la degnità umana.
La sensibilità ecclesiale si manifesta anche nelle scelte pastorali e nella elaborazione dei Documenti, ove non deve prevalere l'aspetto teoretico-dottrinale astratto, quasi che i nostri orientamenti non siano destinati al nostro Popolo o al nostro Paese - ma soltanto ad alcuni studiosi e specialisti - invece dobbiamo perseguire lo sforzo di tradurle in proposte concrete e comprensibili.
La sensibilità ecclesiale e pastorale si concretizza anche nel rinforzare l’indispensabile ruolo di laici disposti ad assumersi le responsabilità che a loro competono.
In realtà, i laici che hanno una formazione cristiana autentica, non dovrebbero aver bisogno del Vescovo-pilota, o del monsignore-pilota o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo!
Hanno invece tutti la necessità del Vescovo Pastore!
Infine, la sensibilità ecclesiale si rivela concretamente nella collegialità e nella comunione tra i Vescovi e i loro Sacerdoti; nella comunione tra i Vescovi stessi; tra le Diocesi ricche - materialmente e vocazionalmente - e quelle in difficoltà; tra le periferie e il centro; tra le conferenze episcopali e i Vescovi con il successore di Pietro.
Si nota in alcune parti del mondo un diffuso indebolimento della collegialità, sia nella determinazione dei piani pastorali, sia nella condivisione degli impegni programmatici economico-finanziari. Manca l'abitudine di verificare la recezione di programmi e l'attuazione dei progetti, ad esempio, si organizza un convegno o un evento che, mettendo in evidenza le solite voci, narcotizza le Comunità, omologando scelte, opinioni e persone. Invece di lasciarci trasportare verso quegli orizzonti dove lo Spirito Santo ci chiede di andare.
Un altro esempio: perché si lasciano invecchiare così tanto gli Istituti religiosi, Monasteri, Congregazioni, tanto da non essere quasi più testimonianze evangeliche fedeli al carisma fondativo? Perché non si provvede ad accorparli prima che sia tardi sotto tanti punti di vista?
Mi fermo qui, dopo aver voluto offrire soltanto alcuni esempi sulla sensibilità ecclesiale indebolita a causa del continuo confronto con gli enormi problemi mondiali e dalla crisi che non risparmia nemmeno la stessa identità cristiana ed ecclesiale.
Possa il Signore - durante il Giubileo della Misericordia che avrà inizio il prossimo otto dicembre - concederci «la gioia di riscoprire e rendere feconda la misericordia di Dio, con la quale tutti siamo chiamati a dare consolazione a ogni uomo e a ogni donna del nostro tempo ... Affidiamo fin d’ora questo Anno Santo alla Madre della Misericordia, perché rivolga a noi il suo sguardo e vegli sul nostro cammino» (Omelia 13 marzo 2015).
Ora lascio a voi il tempo per proporre le vostre riflessioni, le vostre idee, le vostre domande sulla Evangelii Gaudium e vi ringrazio di cuore! 
 
 
PASTORI E NON BUROCRATI
"Abbiamo tanti, tanti preti a metà strada. E’ un dolore, che non sono riusciti ad arrivare alla pienezza: hanno qualcosa dei funzionari, una dimensione burocratica e questo non fa bene alla Chiesa"
Martedì 14 aprile 2014 Papa Francesco ha ricevuto in udienza vescovi, sacerdoti e seminaristi della comunità del Pontificio Collegio Leoniano di Anagni. Nel rivolgersi ai seminaristi, venuti a piedi, ha sottolineato l’importanza della formazione e del discernimento, sottolineando il fatto che essere sacerdoti non è ‘diventare funzionari di un azienda’ ma diventare buoni pastori sull’esempio di Gesù, alla cui base vi è la preghiera. Se non si ha questa vocazione, è bene lasciare il seminario, giacché non è la vocazione e tuttavia nella chiesa vi sono tante altre vocazioni e ruoli. Un richiamo forte e deciso al discernimento.  Qui sotto il discorso di Papa Francesco
Cari fratelli Vescovi, Sacerdoti e Seminaristi,
saluto tutti voi che formate la comunità del Pontificio Collegio Leoniano di Anagni. Ringrazio il Rettore per le parole che mi ha rivolto a nome di tutti. Un saluto speciale a voi, cari seminaristi, che avete voluto venire a Roma a piedi! Coraggiosi! Questo pellegrinaggio è un simbolo molto bello del vostro cammino formativo, da percorrere con entusiasmo e perseveranza, nell’amore di Cristo e nella comunione fraterna.
Il “Leoniano”, come Seminario regionale, offre il suo servizio ad alcune Diocesi del Lazio. Nella scia della tradizione formativa, esso è chiamato, nell’oggi della Chiesa, a proporre ai candidati al sacerdozio un’esperienza in grado di trasformare i loro progetti vocazionali in feconda realtà apostolica. Come ogni Seminario, anche il vostro ha lo scopo di preparare i futuri ministri ordinati in un clima di preghiera, di studio e di fraternità. E’ questa atmosfera evangelica, questa vita piena di Spirito Santo e di umanità, che consente a quanti vi si immergono di assimilare giorno per giorno i sentimenti di Gesù Cristo, il suo amore per il Padre e per la Chiesa, la sua dedizione senza riserve al Popolo di Dio. Preghiera, studio, fraternità e anche vita apostolica: sono i quattro pilastri della formazione, che interagiscono. La vita spirituale, forte; la vita intellettuale, seria; la vita comunitaria e, alla fine, la vita apostolica, ma non in ordine di importanza. Tutte e quattro sono importanti, se ne manca una la formazione non è buona. E queste quattro interagiscono. Quattro pilastri, quattro dimensioni su cui deve vivere un seminario.
Voi, cari seminaristi, non vi state preparando a fare un mestiere, a diventare funzionari di un’azienda o di un organismo burocratico. Abbiamo tanti, tanti preti a metà strada. E’ un dolore, che non sono riusciti ad arrivare alla pienezza: hanno qualcosa dei funzionari, una dimensione burocratica e questo non fa bene alla Chiesa. Mi raccomando, state attenti a non cadere in questo! Voi state diventando pastori ad immagine di Gesù Buon Pastore, per essere come Lui e in persona di Lui in mezzo al suo gregge, per pascere le sue pecore.
Di fronte a questa vocazione, noi possiamo rispondere come Maria all’angelo: «Come è possibile questo?» (cfr Lc 1,34). Diventare “buoni pastori” ad immagine di Gesù è una cosa troppo grande, e noi siamo tanto piccoli… E’ vero! Pensavo in questi giorni alla Messa crismale del Giovedì santo e ho sentito questo, che con questo dono tanto grande, che noi riceviamo, la nostra piccolezza è forte: siamo fra i più piccoli degli uomini. E’ vero, è troppo grande; ma non è opera nostra! È  opera dello Spirito Santo, con la nostra collaborazione. Si tratta di offrire umilmente se stessi, come creta da plasmare, perché il vasaio, che è Dio, la lavori con l’acqua e il fuoco, con la Parola e lo Spirito. Si tratta di entrare in quello che dice san Paolo: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» ( Gal 2,20). Solo così si può essere diaconi e presbiteri nella Chiesa, solo così si può pascere il popolo di Dio e guidarlo non sulle nostre vie, ma sulla via di Gesù, anzi, sulla Via che è Gesù.
È vero che, all’inizio, non sempre c’è una totale rettitudine di intenzioni. Ma io oserei dire: è difficile che ci sia. Tutti noi sempre abbiamo avuto queste piccole cose che non erano in rettitudine di intenzione, ma questo col tempo si risolve, con la conversione di ogni giorno. Ma pensiamo agli Apostoli! Pensate a Giacomo e Giovanni, che volevano diventare uno il primo ministro e l’altro il ministro dell’economia, perché era più importante. Gli Apostoli non avevano ancora questa rettitudine, pensavano un’altra cosa e il Signore con tanta pazienza ha fatto la correzione dell’intenzione e alla fine era tale la rettitudine della loro intenzione che hanno dato la vita nella predicazione e nel martirio. Non spaventarsi! “Ma io non sono sicuro se voglio essere prete per promozione…”. “Ma tu ami Gesù?” “Sì”. “Parla con il tuo padre spirituale, parla con i tuoi formatori, prega, prega, prega e vedrai che la rettitudine dell’intenzione andrà avanti”.
E questo cammino significa meditare ogni giorno il Vangelo, per trasmetterlo con la vita e la predicazione; significa sperimentare la misericordia di Dio nel sacramento della Riconciliazione. E questo non lasciarlo mai! Confessarsi, Sempre! E così diventerete ministri generosi e misericordiosi perché sentirete la misericordia di Dio su di voi. Significa cibarsi con fede e con amore dell’Eucaristia, per nutrire di essa il popolo cristiano; significa essere uomini di preghiera, per diventare voce di Cristo che loda il Padre e intercede continuamente per i fratelli (cfr Eb 7,25). La preghiera di intercessione, quella che facevano quei grandi uomini – Mosè, Abramo – che lottavano con Dio per il popolo, quella preghiera coraggiosa davanti a Dio. Se voi – ma questo lo dico dal cuore, senza offendere! – se voi, se qualcuno di voi, non siete disposti a seguire questa strada, con questi atteggiamenti e queste esperienze, è meglio che abbiate il coraggio di cercare un’altra strada. Ci sono molti modi, nella Chiesa, di dare testimonianza cristiana e tante strade che portano alla santità. Nella sequela ministeriale di Gesù non c’è posto per la mediocrità, quella mediocrità che conduce sempre ad usare il santo popolo di Dio a proprio vantaggio. Guai ai cattivi pastori che pascolano se stessi e non il gregge! – esclamavano i Profeti (cfr Ez 34,1-6) , con quanta forza! E Agostino prende questa frase profetica nel suo De Pastoribus , che vi raccomando di leggere e meditare. Ma guai ai cattivi pastori, perché il seminario, diciamo la verità, non è un rifugio per tante limitazioni che possiamo avere, un rifugio di mancanze psicologiche o un rifugio perché non ho il coraggio di andare avanti nella vita e cerco lì un posto che mi difenda. No, non è questo. Se il vostro seminario fosse questo, diventerebbe un’ipoteca per la Chiesa! No, il seminario è proprio per andare avanti, avanti in questa strada. E quando sentiamo i profeti dire “guai!” che questo “guai!” vi faccia riflettere seriamente sul vostro futuro. Pio XI una volta aveva detto che era meglio perdere una vocazione che rischiare con un candidato non sicuro. Era alpinista, conosceva queste cose.
Carissimi, vi ringrazio della vostra visita. Vi ringrazio di essere venuti a piedi. Vi accompagno con la mia preghiera e la mia benedizione, e vi affido alla Vergine, che è Madre. Mai dimenticarla! I mistici russi dicevano che nel momento delle turbolenze spirituali bisogna rifugiarsi sotto il manto della Santa Madre di Dio. Mai uscire di là! Coperti con il manto. E per favore, pregate per me!

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Cari Fratelli nell'Episcopato,

Le Letture bibliche che abbiamo sentito ci fanno riflettere. A me hanno fatto riflettere tanto. Ho fatto come una meditazione per noi Vescovi, prima per me, Vescovo come voi, e la condivido con voi.
È significativo - e ne sono particolarmente contento - che il nostro primo incontro avvenga proprio qui, sul luogo che custodisce non solo la tomba di Pietro, ma la memoria viva della sua testimonianza di fede, del suo servizio alla verità, del suo donarsi fino al martirio per il Vangelo e per la Chiesa.
Questa sera questo altare della Confessione diventa così il nostro lago di Tiberiade, sulle cui rive riascoltiamo lo stupendo dialogo tra Gesù e Pietro, con l’interrogativo indirizzato all’Apostolo, ma che deve risuonare anche nel nostro cuore di Vescovi.
«Mi ami tu?»; «Mi sei amico?» (cfr Gv 21,15ss).
La domanda è rivolta a un uomo che, nonostante solenni dichiarazioni, si era lasciato prendere dalla paura e aveva rinnegato.
«Mi ami tu?»; «Mi sei amico?».
La domanda è rivolta a me e a ciascuno di noi, a tutti noi: se evitiamo di rispondere in maniera troppo affrettata e superficiale, essa ci spinge a guardarci dentro, a rientrare in noi stessi.
«Mi ami tu?»; «Mi sei amico?».
Colui che scruta i cuori (cfr Rm 8,27) si fa mendicante d'amore e ci interroga sull'unica questione veramente essenziale, premessa e condizione per pascere le sue pecore, i suoi agnelli, la sua Chiesa. Ogni ministero si fonda su questa intimità con il Signore; vivere di Lui è la misura del nostro servizio ecclesiale, che si esprime nella disponibilità all'obbedienza, all'abbassamento, come abbiamo sentito nella Lettera ai Flippesi, e alla donazione totale (cfr 2,6-11).
Del resto, la conseguenza dell'amare il Signore è dare tutto - proprio tutto, fino alla stessa vita - per Lui: questo è ciò che deve distinguere il nostro ministero pastorale; è la cartina di tornasole che dice con quale profondità abbiamo abbracciato il dono ricevuto rispondendo alla chiamata di Gesù e quanto ci siamo legati alle persone e alle comunità che ci sono state affidate. Non siamo espressione di una struttura o di una necessità organizzativa: anche con il servizio della nostra autorità siamo chiamati a essere segno della presenza e dell'azione del Signore risorto, a edificare, quindi, la comunità nella carità fraterna.
Non che questo sia scontato: anche l'amore più grande, infatti, quando non è continuamente alimentato, si affievolisce e si spegne. Non per nulla l'Apostolo Paolo ammonisce: «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio» (At 20,28).
La mancata vigilanza - lo sappiamo - rende tiepido il Pastore; lo fa distratto, dimentico e persino insofferente; lo seduce con la prospettiva della carriera, la lusinga del denaro e i compromessi con lo spirito del mondo; lo impigrisce, trasformandolo in un funzionario, un chierico di stato preoccupato più di sé, dell'organizzazione e delle strutture, che del vero bene del Popolo di Dio. Si corre il rischio, allora, come l’Apostolo Pietro, di rinnegare il Signore, anche se formalmente ci si presenta e si parla in suo nome; si offusca la santità della Madre Chiesa gerarchica, rendendola meno feconda.
Chi siamo, Fratelli, davanti a Dio? Quali sono le nostre prove? Ne abbiamo tante; ognuno di noi sa le sue. Che cosa ci sta dicendo Dio attraverso di esse? Su che cosa ci stiamo appoggiando per superarle?
Come per Pietro, la domanda insistente e accorata di Gesù può lasciarci addolorati e maggiormente consapevoli della debolezza della nostra libertà, insidiata com'è da mille condizionamenti interni ed esterni, che spesso suscitano smarrimento, frustrazione, persino incredulità.
Non sono certamente questi i sentimenti e gli atteggiamenti che il Signore intende suscitare; piuttosto, di essi approfitta il Nemico, il Diavolo, per isolare nell'amarezza, nella lamentela e nello scoraggiamento.
Gesù, buon Pastore, non umilia né abbandona al rimorso: in Lui parla la tenerezza del Padre, che consola e rilancia; fa passare dalla disgregazione della vergogna – perché davvero la vergogna ci disgrega - al tessuto della fiducia; ridona coraggio, riaffida responsabilità, consegna alla missione.
Pietro, che purificato al fuoco del perdono può dire umilmente «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene» (Gv 21,17). Sono sicuro che tutti noi possiamo dirlo di cuore. E Pietro purificato, nella sua prima Lettera ci esorta a pascere «il gregge di Dio [...], sorvegliandolo non perché costretti ma volentieri [...], non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a noi affidate, ma facendoci modelli del gregge» (1Pt 5,2-3).
Sì, essere Pastori significa credere ogni giorno nella grazia e nella forza che ci viene dal Signore, nonostante la nostra debolezza, e assumere fino in fondo la responsabilità di camminare innanzi al gregge, sciolti da pesi che intralciano la sana celerità apostolica, e senza tentennamenti nella guida, per rendere riconoscibile la nostra voce sia da quanti hanno abbracciato la fede, sia da coloro che ancora «non sono di questo ovile» (Gv 10,16): siamo chiamati a far nostro il sogno di Dio, la cui casa non conosce esclusione di persone o di popoli, come annunciava profeticamente Isaia nella Prima Lettura (cfr Is 2,2-5).
Per questo, essere Pastori vuol dire anche disporsi a camminare in mezzo e dietro al gregge: capaci di ascoltare il silenzioso racconto di chi soffre e di sostenere il passo di chi teme di non farcela; attenti a rialzare, a rassicurare e a infondere speranza. Dalla condivisione con gli umili la nostra fede esce sempre rafforzata: mettiamo da parte, quindi, ogni forma di supponenza, per chinarci su quanti il Signore ha affidato alla nostra sollecitudine. Fra questi, un posto particolare, ben particolare, riserviamolo ai nostri sacerdoti: soprattutto per loro, il nostro cuore, la nostra mano e la nostra porta restino aperte in ogni circostanza. Loro sono i primi fedeli che abbiamo noi Vescovi: i nostri sacerdoti. Amiamoli! Amiamoli di cuore! sono i nostri figli e i nostri fratelli!
Cari fratelli, la professione di fede che ora rinnoviamo insieme non è un atto formale, ma è rinnovare la nostra risposta al "Seguimi" con cui si conclude il Vangelo di Giovanni (21,19): porta a dispiegare la propria vita secondo il progetto di Dio, impegnando tutto di sé per il Signore Gesù. Da qui sgorga quel discernimento che conosce e si fa carico dei pensieri, delle attese e delle necessità degli uomini del nostro tempo.
Con questo spirito, ringrazio di cuore ciascuno di voi per il vostro servizio, per il vostro amore alla Chiesa.
E la Madre è qui! Vi pongo, e anche io mi pongo, sotto il manto di Maria, Nostra Signora.
Madre del silenzio, che custodisce il mistero di Dio, liberaci dall'idolatria del presente, a cui si condanna chi dimentica.
Purifica gli occhi dei Pastori con il collirio della memoria: torneremo alla freschezza delle origini, per una Chiesa orante e penitente.
Madre della bellezza, che fiorisce dalla fedeltà al lavoro quotidiano, destaci dal torpore della pigrizia, della meschinità e del disfattismo.
Rivesti i Pastori di quella compassione che unifica e integra: scopriremo la gioia di una Chiesa serva, umile e fraterna.

Madre della tenerezza, che avvolge di pazienza e di misericordia, aiutaci a bruciare tristezze, impazienze e rigidità di chi non conosce appartenenza.
Intercedi presso tuo Figlio perché siano agili le nostre mani, i nostri piedi e i nostri cuori:edificheremo la Chiesa con la verità nella carità.
Madre, saremo il Popolo di Dio, pellegrinante verso il Regno. Amen.
(Da www.vatican.va)


 
 
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Data Ultimo Aggiornamento del Sito: 18/03/2017
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