Documenti - Parrocchia S. Andrea Apostolo - Santa Maria Capua Vetere

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PASTORALE
IL PAPA SCOMUNICA LA
“chiesa cristiana universale della nuova Gerusalemme”. 
di Gallinaro (Frosinone)
CHIESA DI
SORA-CASSINO-AQUINO-PONTECORVO
 
CURIA VESCOVILE
 
Comunicato
 
Il gruppo denominato “Bambino Gesù di Gallinaro” o “Nuova Gerusalemme” è impegnato a diffondere in diverse località dottrine falsamente religiose e insegnamenti biblici distorti ed estranei alla verità dei testi sacri. A tale proposito si richiama la Notificazione della Curia diocesana in data 9 ottobre 2001 con la quale la Diocesi prendeva le distanze da ogni coinvolgimento o approvazione del suddetto fenomeno religioso.
La posizione dottrinale di tale gruppo è dichiaratamente contraria alla fede cattolica, in quanto obbliga i fedeli a non frequentare i sacramenti, a disapprovare gli insegnamenti e la stessa autorità del Papa, a non avere relazioni con i sacerdoti e le rispettive comunità parrocchiali, a trasgredire la disciplina ecclesiastica.
Tale gruppo pseudo-religioso in data 4 ottobre 2015 si è costituito come sedicente “chiesa cristiana universale della nuova Gerusalemme”. Tale gravissimo abuso, sottoposto all’esame della Congregazione della dottrina della fede, competente in materia, richiede che tutti i fedeli siano informati sugli errori dottrinali di tale atto scismatico, e sulle conseguenze disciplinari canoniche che ne derivano.
Pertanto, al fine di salvaguardare l’integrità della fede, della comunione ecclesiale, e dell’azione pastorale della Chiesa a favore del popolo di Dio
SI RENDE NOTO
 
che le iniziative della sedicente organizzazione pseudo-religiosa denominata “chiesa cristiana universale della nuova Gerusalemme” sono in assoluta opposizione alla dottrina cattolica, e pertanto nulla hanno a che fare con la grazia della fede e della salvezza affidate da Gesù Cristo alla Chiesa fondata sulla salda roccia dell’apostolo Pietro.
Si invitano tutti i fedeli al dovere della vigilanza e del saggio discernimento per evitare ogni forma di coinvolgimento in tale movimento pseudo-religioso.
Si rammenta che i fedeli che aderiscono alla suddetta sedicente “chiesa” incorrono ex can. 1364 del Codice di diritto canonico nella scomunica latae sententiae per il delitto canonico di scisma (cfr. Art. 2 § 1 SST)”.
 
Sora, 29 maggio 2016
Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo
I Vicari Generali
Mons. Antonio Lecce
                                                                                        Mons. Fortunato Tamburrini
 
 
 
 
Conferenza Episcopale Campana
EVANGELIZZARE LA PIETà  POPOLARE
NORME PER LE FESTE RELIGIOSE
 
 Ai Presbiteri e ai Diaconi della Conferenza Episcopale Campana
Ai Religiosi e alle Religiose
Ai Fedeli laici
     Introduzione
Carissimi,
Paolo VI, nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi sull’evangelizzazione nel mondo contemporaneo, così si esprime parlando della pietà popolare: “Qui tocchiamo un aspetto dell’evangelizzazione che non può lasciare insensibili. Vogliamo parlare di quella realtà che si designa spesso oggi col termine di religiosità popolare” [1]. Essa - continua il Papa “ha certamente i suoi limiti.
È frequentemente aperta alla penetrazione di molte deformazioni della religione, anzi, di superstizioni. Resta spesso a livello di manifestazioni culturali senza impegnare una autentica adesione della fede. Può anche portare alla formazione di sette e mettere in pericolo la vera comunità ecclesiale.
Ma se ben orientata, soprattutto mediante una pedagogia di evangelizzazione, è ricca di valori”[2]. Manifesta, infatti, “una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono riconoscere; rende capaci di generosità e di sacrifici fino all’eroismo, quando si tratta di manifestare la fede; comporta un senso acuto degli attributi profondi di Dio: la paternità, la provvidenza, la presenza amorosa e costante; genera atteggiamenti interiori raramente osservati altrove al medesimo grado: pazienza, senso della croce nella vita quotidiana, distacco, apertura agli altri, devozione. A motivo di questi aspetti, noi la chiamiamo volentieri pietà popolare, religione del popolo, piuttosto che religiosità”[3].
Giovanni Paolo II ha sottolineato che la pietà popolare è un vero tesoro del Popolo di Dio e deve essere strumento di evangelizzazione e di liberazione cristiana.
Il “Messaggio al Popolo di Dio”, a sua volta, al termine della XIII assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla nuova evangelizzazione (7-28 ottobre 2012), dice: “Sentiamo di dover esortare le nostre parrocchie ad affiancare alla tradizionale cura pastorale del Popolo di Dio le forme nuove di missione richieste dalla nuova evangelizzazione. Esse devono permeare anche le varie, importanti espressioni della pietà popolare”[4]
1)          Pietà popolare
L’espressione “pietà popolare” designa il complesso di manifestazioni, prevalentemente di carattere comunitario, che nell’ambito della fede cristiana si esprime non secondo i moduli e le leggi proprie della liturgia, ma in forme peculiari sorte dal genio di un popolo e dalla sua cultura e rispondenti a precisi orientamenti spirituali di gruppi di fedeli.
Essa fa riferimento esplicitamente alla rivelazione cristiana, cioè alla fede in Dio Uno e Trino, in Cristo vero Dio e vero uomo, Salvatore di tutto il genere umano e alla Chiesa, che è “in Cristo come sacramento o segno e strumento dell’intima comunione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”[5].
I fondamenti dottrinali sono la Sacra Scrittura e il “Credo” della Chiesa.
L’aggettivo popolare richiede una puntualizzazione. Immediatamente esso suscita una reazione negativa: sembra indicare espressioni devozionali scadenti, implicitamente opposte a manifestazioni cultuali scelte, elitarie, velatamente aristocratiche.
Ma nel nostro caso “popolare” non va inteso pregiudizialmente in senso negativo perché esprime relazione con il popolo, cioè con il “popolo di Dio”, al quale appartengono fedeli colti e illetterati, poveri e ricchi, chierici e laici.
Esso indica, invece, positivamente, che la manifestazione cultuale trae origine dal popolo e, compiuta per il popolo, è portatrice di valori propri del popolo di Dio.
Conseguentemente possiamo così definire la “pietà popolare”: “Il complesso di manifestazioni cultuali che sono in sintonia con la cultura di un popolo e ne esprimono l’identità [6].
Ma quali sono le caratteristiche, i valori e gli orientamenti della pietà popolare?
Come connotati e valori della pietà popolare sono indicati normalmente la spontaneità, in quanto essa nasce non tanto dal ragionamento quanto dal sentimento; l’apertura alla trascendenza come superamento della povertà “esistenziale” in cui spesso il popolo vive; il linguaggio totale con il quale la pietà popolare trasmette la fede non con il ragionamento ma con il silenzio e la parola, il canto e la danza, il gesto individuale e l’azione corale, l’immagine e il colore; la concretezza con cui la pietà popolare dialoga con Dio e affronta i problemi della vita quotidiana segnata spesso dal dolore e dalla fatica (povertà, malattia, mancanza di istruzione e di lavoro ...), i grandi cicli dell’esistenza (nascita, crescita e maturazione, matrimonio, anzianità, morte, aldilà) e i contenuti che le danno colore e calore (l’amicizia, l’amore, la solidarietà); la saggezza che tende a congiungere in una sintesi vitale divino e umano, spirito e corpo, persona e comunità, fede e patria, intelligenza e affetto; la memoria che porta a trasmettere il passato come “racconto” e a vederlo come un “fattore di identità” per il gruppo e la collettività; la solidarietà che si incontra più facilmente tra gli umili, i poveri, i semplici che non hanno ideologie che li dividono, ma esperienze di vita e sofferenze che li uniscono: per gli umili e i semplici la condivisione - del pane, del tempo, della parola - è un fatto normale intuendo che non possono aspirare alle ricchezze del cielo senza condividere i beni della terra.
Per quanto riguarda gli orientamenti possiamo dire che la pietà popolare, al di là della varietà di situazioni e di culture in cui si esprime, ha alcune caratteristiche comuni: l’adorazione alla Santissima Trinità e l’amore a Dio, padre buono e provvidente, signore onnipotente, giudice giusto e misericordioso; l’attenzione amorosa per l’umanità di Cristo, contemplato soprattutto nei misteri dell’infanzia (Gesù bambino), della passione (Gesù crocifisso, l’Ecce homo, il Volto Santo),  del suo amore misericordioso (Sacro Cuore) e della sua presenza nascosta (il Santissimo Sacramento); la venerazione della Madonna; la devozione degli Angeli, il culto dei Santi visti dai fedeli come amici e intercessori del popolo di Dio; la preghiera per i defunti con la celebrazione di sante Messe di suffragio e le indulgenze per i defunti, nonché con la visita dei cimiteri.
La situazione attuale
Le numerose feste popolari organizzate nella nostra Regione hanno spesso purtroppo la parvenza del sacro. Per questo motivo esse, svuotate del loro contenuto cristiano, non rendono credibile la fede da parte dei lontani, mentre i giovani le rifiutano perché prive di ogni valore di autentica testimonianza cristiana e i poveri le giudicano più una provocazione che un annuncio gioioso della salvezza.
Le stesse processioni frequentemente si risolvono in estenuanti maratone di questuanti che offendono il decoro e il sacro e non sono certo segno di una Chiesa peregrinante.
In tale contesto bisogna recepire con tempestività l’istanza di una religiosità essenziale che rifugga da forme colorate e rumorose e che tenda ad una interiorizzazione del culto.
Perché le feste religiose siano autentiche celebrazioni di fede incentrate nel mistero di Cristo e siano purificate da infiltrazioni profane riteniamo indifferibile un’azione pastorale che si proponga di vivere le manifestazioni esterne del culto popolare in modo che siano espressioni autentiche e comunitarie di fede; di formare, con una seria e puntuale catechesi, una sana opinione pubblica sul significato cristiano di questi riti collettivi; di purificare il culto popolare, spesso decaduto a sagra mondana e a fatto di folclore, dalle incrostazioni superstiziose che si sono sovrapposte.
A tale scopo noi vescovi della Regione Ecclesiastica Campana a quanto sopra detto aggiungiamo alcune direttive pastorali che devono diventare norme operative per le nostre comunità ecclesiali riguardanti le feste religiose e le processioni - che sono di esclusiva competenza e autorizzazione dell’Autorità ecclesiastica che coinvolge, in genere, la Forza Pubblica locale per il necessario servizio di vigilanza e di sicurezza - i pellegrinaggi e i santuari. Altra cosa, invece, sono le feste popolari che nulla hanno di religioso e non sono riferibili all’Autorità ecclesiastica, perché attengono ad appositi comitati, a fatti storici e consuetudini locali, a motivazioni culturali o folcloristiche o turistiche.
Evangelizzare la pietà popolare
Per superare le carenze e i difetti della pietà popolare, e perché i suoi valori non vadano dispersi, il Magistero e gli studiosi di teologia pastorale offrono preziosi indicazioni:
Evangelizzare la pietà popolare con un rapporto continuo e fecondo con la Parola di Dio.
Orientare la pietà popolare verso la liturgia, che è il “culmine verso cui tende tutta l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana la sua virtù” [7]. Liturgia e pietà popolare sono due espressioni legittime del culto cristiano. Ambedue hanno lo stesso scopo: la glorificazione di Dio e la santificazione dell’uomo. Non sono quindi da opporre ma neanche da equiparare “data la natura di gran lunga superiore della liturgia”[8] . Liturgia e pietà popolare perciò sono due espressioni cultuali da porre in mutuo e fecondo contatto. La liturgia dovrà costituire il punto di riferimento per incanalare con lucidità e prudenza gli aneliti di preghiera e di vita carismatica che si riscontrano nella pietà popolare mentre questa, con i suoi moduli simbolici ed espressivi, potrà fornire alla liturgia elementi e indicazioni per una valida inculturazione e stimoli per un efficace dinamismo creatore.
Superare il distacco tra culto e vita. Sia sulla liturgia sia sulla pietà popolare incombe il rischio di un distacco tra il momento cultuale e l’impegno di vita. Non sono rari i casi in cui persone che vivono notoriamente in situazioni gravemente lesive della giustizia e dei doveri familiari sono zelantissime nel partecipare a manifestazioni di pietà popolare: processioni, offerte votive, feste patronali, etc.
-               La pietà popolare per comunicare con il soprannaturale cerca spesso il contatto immediato attraverso fenomeni straordinari - apparizioni, visioni, etc.
-     piuttosto che attraverso la fede; predilige illusorie scorciatoie invece della via maestra della croce; appare viziata dalla vana credulità che al serio impegno sostituisce il facile affidamento a pratiche solo esteriori e da una certa mentalità utilitaristica (lucrare indulgenze, ottenere grazie, assicurarsi l’ingresso in paradiso mediante l’osservanza di certe pratiche vissute peraltro al di fuori del loro contesto originario: i primi venerdì del mese, scapolare della Madonna del Carmine, medaglia miracolosa).
2)  le feste religiose e le processioni
Desiderosi di aiutare le nostre Chiese a purificare, consolidare, elevare le feste religiose, a partire dalla riscoperta delle loro radici, in continuità con i nostri predecessori che nel 1973 emanarono precise direttive sul problema, confortati in questo dai numerosi interventi dottrinali dei Sommi Pontefici Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI
S T A B I L I A M O
a.          - Momento liturgico - celebrativo
1.                  Le feste sono momenti importanti della vita   religiosa di una comunità. Il loro insieme costituisce il “santorale locale” che deve essere custodito con ogni cura e non può essere alterato nel suo equilibrio tradizionale. Ogni nuova festa necessita perciò di espressa autorizzazione dell’ Ordinario.
2.                  La festa sia preparata con un “novenario” o   “settenario” o “triduo” bencurati, dando ampio spazio all’ascolto della Parola di Dio per avvicinare con opportune catechesi anche i lontani al sacramento della Riconciliazione e all’adorazione eucaristica, secondo un programma preparato dal Consiglio Pastorale Parrocchiale.
3.                  Si concluda la preparazione con un gesto di solidarietà all’interno o anche fuori dei confini parrocchiali.
b.        Momento ludico - esterno
Anche il momento ludico è un elemento importante della festa: non va trascurato! Non deve essere però prevalente e staccato dal momento religioso, al quale deve rimanere sempre subordinato. Non è concepibile infatti che una “festa religiosa”, che si qualifica quale pubblica manifestazione di fede, si riduca poi a manifestazione paganeggiante, con sperpero di denaro per il cantate famoso e per i fuochi artificiali. L’equilibrio dei due poli della festa - quello liturgico-celebrativo e quello ludico - è frutto di sapiente dosaggio, fatto “in loco” dal Consiglio Pastorale attingendo alle tradizioni culturali del luogo.
Nell’organizzazione concreta il Consiglio Parrocchiale può avvalersi di un Comitato esterno, di cui comunque devono far parte alcuni membri del Consiglio stesso.
Ogni comitato va costituito secondo queste tassative norme:
-                     sia sempre presieduto dal parroco che lo forma, chiamando a farne parte persone che si distinguono per impegno ecclesiale e onestà di vita;
-                     non sia permanente, ma resti in carica per la sola celebrazione della festa, secondo il programma di massima preparato dal Consiglio Parrocchiale ed approvato dalla curia almeno un mese prima;
-                     si impegni a rispettare le norme vigenti, sia canoniche che civili (SIAE secondo la convenzione stipulata dalla CEI ed altre tasse), e a redigere entro un mese il bilancio consuntivo della festa, che deve essere vistato dal Consiglio Affari Economici, il quale per l’occasione svolge il ruolo di Collegio dei Revisori dei conti;
-                      le feste esterne siano celebrate nei giorni stabiliti dal calendario liturgico. È  consentito conservare date tradizionali diverse, purché non coincidano con solennità che godono di assoluta precedenza (Pasqua, Ascensione, Pentecoste, Corpus Domini, SS. Trinità);
-                     le Confraternite non possono organizzare feste, né possono costituirsi autonomamente in comitato senza l’autorizzazione del parroco, al quale compete la presidenza e la richiesta del nulla osta alla Curia. Le Confraternite inoltre sono tenute ad osservare le presenti norme e quindi devono anch’esse provvedere al rendiconto amministrativo nei termini stabiliti di un mese;
-                     sono rigorosamente vietati spettacoli leggeri o di altro tipo, che non diano garanzia nei contenuti, nel linguaggio, nell’abbigliamento, nell’organizzazione per rispetto del decoro e della dignità che una festa religiosa richiede.
Si preferiscano invece spettacoli folk, musica seria, di gruppi teatrali (meritevoli di riscoperta e di riproposta sono le “drammatizzazioni tradizionali della vita del santo), di giochi popolari che coinvolgono la gente del luogo e ne promuovono una migliore integrazione sociale: l’identità di un paese non si misura da una serata fantastica, ma dalla partecipazione attiva della gente ai festeggiamenti.
-                     La processione è una espressione pubblica di fede. Perciò non è consentito lasciarla in balia dello spontaneismo, bensì occorre curarla e guidarla in maniera tale che sia realmente una corale testimonianza dei genuini sentimenti religiosi della comunità.
Pertanto:
•                     Le processioni si possono tenere solo se c’è un concorso di popolo.
•                     Il corteo, guidato dal sacerdote o da un diacono, sia organizzato in modo da favorire il raccoglimento e la preghiera.
•                     Non è lecito attaccare denari alla statua che peraltro non può essere messa all’asta e trasportata dai migliori offerenti. Non è consentito ugualmente raccogliere offerte e fermare la processione mentre si sparano fuochi artificiali.
•                     I comitati non possono in nessun modo interferire nella processione.
•                     Secondo itinerari concordati con il Consiglio Pastorale Parrocchiale le processioni seguano le vie principali e siano di breve durata, contenute possibilmente nello spazio di due ore.
•                     Parte delle offerte raccolte in occasione della festa sia riservata a gesti di carità e a rendere più belle le nostre chiese.
3)  pellegrinaggi e santuari
Il pellegrinaggio, esperienza religiosa universale, è un’ espressione tipica della pietà popolare, strettamente connessa con il santuario della cui vita costituisce una componente in dispensabile: il pellegrino ha bisogno del santuario e il santuario del pellegrino. Esso si configura come un cammino di conversione.
La partenza sia opportunamente caratterizzata da un momento di preghiera nella chiesa parrocchiale oppure in un’altra più adatta. L’accoglienza dei pellegrini potrà dare luogo a una sorta di “liturgia della soglia” mentre la permanenza nel santuario costituirà il momento più intenso del pellegrinaggio e sarà caratterizzato dall’impegno di conversione, opportunamente ratificato dal sacramento della riconciliazione e dalla celebrazione eucaristica, culmine del pellegrinaggio stesso.
Al termine i fedeli ringraziano Dio del dono del pellegrinaggio e chiederanno l’aiuto necessario per vivere con più generoso impegno, una volta tornati nelle loro case, la vocazione cristiana.
Il santuario è un segno della presenza attiva, salvifica del Signore nella storia; è un luogo di sosta dove il popolo di Dio, pellegrinante nelle vie del mondo verso la Città futura, riprende vigore per proseguire il cammino.
Pertanto:
1.                  I cortei diretti ai santuari che ostentano stendardi religiosi coperti di denaro o che trasportano, danzando, trofei votivi sono proibiti. Come proibite sono le manifestazioni di isterismo che profanano il luogo sacro e impediscono la devota e decorosa celebrazione della liturgia.
2.                  I punti vendita di “ricordi” non siano sistemati all’interno dell’aula liturgica e non abbiano l’apparenza di un mercato.
3.                  I santuari siano luoghi di evangelizzazione, di carità, di cultura e di impegno ecumenico, sensibile alla grave e urgente istanza dell’unità di tutti i credenti in Cristo, unico Signore e Salvatore.
Conclusione
Queste norme non vogliono essere una gabbia dove rinchiudervi la libertà e la spontaneità dei fedeli bensì qualificare la pastorale affinché sottolinei con forza la necessità che la nostra religione non può ridursi a qualche pratica esteriore ma deve incidere sul modo di pensare, di giudicare e di vivere dei cristiani.
Infatti il pericolo più grave cui la pietà popolare va incontro è quella di restare un fatto esteriore e superficiale che non tocca l’uomo nel suo cuore e nella sua vita, un fatto legato cioè a particolari condizioni sociali e ambientali. Non a caso persone che nella propria parrocchia praticano la religione popolare, una volta fuori di tale ambiente per motivi di lavoro o di emigrazione, abbandonano ogni pratica religiosa.
“La religione popolare può sopravvivere ai fenomeni dell’urbanesimo e dell’industrializzazione solo se, attraverso un’intensa opera di evangelizzazione, si correggono le deviazioni e si colmano le sue lacune”[9].
1 Ottobre 2013
I Vescovi della Conferenza Episcopale Campana
[1] PAOLO VI, “Evangelii Nuntiandi”, in Enchiridion Vaticanum, 5/1643.
[2] Ivi.
[3] Ivi.
[4] Sinodo del Vescovi, (7-28 2012), Messaggio al Popolo di Dio, n.8.
[5] Lumen Gentium, 1.
[6]  I. M. CALABUIG, “Pietà popolare”, cit., p.1141.
[7]  Sacrosanctum Concilium, 10.
[8] Ivi, 13.
[9] G. DE ROSA, La religione popolare, Edizioni Paoline, Roma 1981, p. 114.
IL LETTORE
IL MINISTERO DEL LETTORE
    È molto importante che vi siano lettori diversi per ogni lettura. È opportuno permettere al maggior numero di fedeli adulti di fungere da lettori assicurando che abbiano le capacità e la preparazione adeguata.
    Il lettore deve anzitutto prendere coscienza che l’impegno di leggere la parola di Dio deve diventare un vero e proprio ministero. Egli è l’altoparlante di Dio, suo inviato affinché la sua parola, diventata scrittura, ridiventi parola.
CONSIGLI UTILI
    Le letture vanno lette dall’ambone interamente dal lezionario e non dai foglietti.
    Prima di iniziare a leggere è bene attendere in silenzio mentre gli altri lettori stanno seduti lì accanto o dietro in piedi.(questo è per la Domenica o quando ci sono tre letture).
     Non leggere mai lo scritto in rosso (es. prima lettura, salmo, etc): sono delle note esplicative che vanno lette in precedenza.
     Il lettore non solo deve comprendere ciò che legge, ma modulando la voce, il tono e il ritmo deve far capire all’assemblea il senso del brano.
   La regola fondamentale è leggere adagio e con senso. Nella preparazione delle scritture bisogna leggere e studiarne il testo in anticipo, per capirne il significato aiutandosi eventualmente con un commento, rispettando la punteggiatura e le pause, allenandosi a pronunciare le parole difficili.
       È consigliabile esercitarsi a respirare correttamente facendo ampio uso del diaframma emettendo così una voce sicura e calda.
     Non bisogna mai accostare la bocca al microfono ma leggermente spostati in modo da evitare rumori sgradevoli. Conviene sempre provare i microfoni prima della celebrazione.
   Alla fine delle Letture si dice "Parola di Dio " e non "È Parola di Dio" e  non si bacia il libro sacro.

RELIGIOSI MA NON SUPERSTIZIOSI
Fin dai primi secoli della Chiesa, si è sentita la necessità da parte dei fedeli di rappresentare graficamente i simboli più espressivi della fede (la croce, l'Eucaristia – pane e pesci –, il buon pastore...), e dalla fine del IV secolo episodi dell'Antico e del Nuovo Testamento o della vita dei santi martiri dei quali cresceva la venerazione.
Senza andare molto lontano, ricordiamo giusto un esempio: gli affreschi nelle catacombe di Roma.
Non bisogna tuttavia fermarsi agli oggetti o ai dipinti. Bisogna andare oltre. Le creazioni umane non sono un fine in sé, ma una sorta di trampolino per relazionarci con una realtà superiore: la divinità.
Una cosa è apprezzare con ammirazione l'ingegno umano riflesso in un'opera d'arte, un'altra è “vedere” attraverso queste opere ciò che si deve adorare e/o venerare.
Il Concilio di Nicea del 787 ha stabilito l'atteggiamento della Chiesa nei confronti delle rappresentazioni sacre quando un uragano iconoclasta, che promuoveva la distruzione di immagini e dipinti, ha scosso il cristianesimo, soprattutto quello orientale.
La funzione didattica e pastorale dei dipinti ha giocato un ruolo importante nel Medioevo, quando le pareti delle chiese si sono trasformate grazie ad essi nella Bibbia dei poveri.
Sulla base di quei dipinti si istruiva, e la vita cristiana ha ricevuto un forte stimolo. Quelle immagini insegnavano agli illetterati ciò che la Scrittura insegnava ai letterati, ovvero coloro che non conoscevano la Scrittura videro nei dipinti quello che dovevano credere e fare. Molti di quei dipinti sono giunti fino ai giorni nostri e sono vere opere d'arte.
L'invenzione della stampa ha aperto poi un nuovo spazio all'iconografia, che è giunta facilmente in mano ai fedeli.
Se è connaturale all'essere umano avere un ricordo dei familiari defunti, come fotografie, quadri, cose che sono appartenute loro e che si conservano con devozione, soprattutto se nella vita hanno lasciato di sé un'impronta felice e grata, è anche connaturale per il cristiano ricordare con venerazione e riconoscenza i membri della propria famiglia ecclesiale.
Il ragionamento familiare si può quindi trasferire perfettamente al campo ecclesiale, e questo avverte del fatto che il cristiano fa parte di una famiglia, la Chiesa, e che i santi sono membri di questa famiglia che per la loro vita e la fedeltà al Vangelo la Chiesa stessa invita a imitare.
Sono anche, tuttavia, i fratelli maggiori che, godendo già della visione beatifica di Dio, possono intercedere per noi, ancora pellegrini sulla terra, e ottenere quelle grazie soprattutto spirituali che ci permettono di vivere degnamente la nostra fede. Il culto dei santi è questo e solo questo.
È quindi accettato il fatto che il cristiano senta la necessità di avere e portare con sé un ricordo visibile del santo che sente più vicino.
In questi ultimi secoli, il progresso della stampa e delle tecniche ha contribuito alla moltiplicazione di santini, quadri, immagini, medagliette e altri oggetti religiosi. Queste opere non sono “oggetto di fede”, e i fedeli che vi si relazionano religiosamente dimostrano semplicemente il proprio affetto al santo o alla Vergine Maria.
E la Chiesa cosa fa?
In primo luogo non può proibirne la produzione e la commercializzazione. Può solo chiedere agli artisti – e lo fa, lo ha sempre fatto – di attenersi al carattere sacro del loro lavoro e di rispettare la sensibilità religiosa dei fedeli.
Spesso questi oggetti sono benedetti, ma non per conferire loro un carattere sacro, quanto per invocare la benevolenza divina su chi li conserva o li porta con fede. Non saranno incensati a meno che non si tratti di quadri o immagini esposti al culto pubblico e solenne nelle chiese o nei santuari, e che questo culto sia antico.
L'uso religioso delle immagini, sia in funzione del culto che con fini mnemotecnici, didattici e/o artistici, è conciliabile con la fede nella trascendenza e nell'unicità di Dio, con la retta vita ecclesiale.
Se Dio si è manifestato nella storia e nella carne, ovvero se Cristo è “immagine del Dio invisibile” (Col 1,15), salvaguardando le dovute proporzioni, l'amore e la devozione per i santi si possono riflettere anche attraverso le loro rappresentazioni o immagini.
Se Dio si rende presente nell'uomo attraverso la grazia, qualcosa di questo può essere percepito e plasmato attraverso l'arte.
Nessuno, quindi, può proibire la venerazione di un santo o di manifestare la fede in certe verità teologiche attraverso le immagini, perché non se ne può negare la liceità, l'importanza e la necessità.
Altrettanto si può dire dei santuari, dei pellegrinaggi e altre cose del genere. Si tratta di opportunità diverse che si offrono ai fedeli, che se ne servono in base al dono di Dio e alle proprie esigenze.
Basta ricordare in ogni caso ciò che diceva San Paolo: “Tutto è vostro... ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1 Cor 3, 21-23).
Una cosa, però, è la devozione, la fede, il vivere in modo sano la religiosità, e un'altra molto diversa è fraintendere, deformare la dimensione religiosa e cadere in superstizioni.
Il rispetto per il primo comandamento della legge di Dio implica il fatto di opporci fondamentalmente a due cose: l'irreligione e la superstizione.
“La superstizione rappresenta, in qualche modo, un eccesso perverso della religione; l'irreligione è un vizio opposto, per difetto, alla virtù della religione” (Catechismo, n. 2110).
Cosa ci viene detto con questo? Che possiamo cadere in un abuso della religione anche modificandola a nostro piacimento trasformando qualcosa di buono in qualcosa di cattivo non seguendo o non rispettando ciò che ci chiede la Chiesa.
Ciò significa che l'essere umano e/o il cristiano deve stare molto attento perché non è corretto usare la fede in modo superstizioso; è necessario sapersi relazionare bene con i sacramentali.
I sacramentali sono “segni sacri per mezzo dei quali, con una certa imitazione dei sacramenti, sono significati e, per impetrazione della Chiesa, vengono ottenuti effetti soprattutto spirituali. Per mezzo di essi gli uomini vengono disposti a ricevere l'effetto principale dei sacramenti e vengono santificate le varie circostanze della vita” (Catechismo n. 1667).
Tra i sacramentali c'è una grande varietà di preghiere. I sacramentali appaiono nel Catechismo nella parte riservata alle “altre celebrazioni liturgiche” e includono funerali, esorcismi, benedizioni di persone, consacrazione e benedizione di oggetti.
Entra anche la religiosità popolare: “la venerazione delle reliquie, le visite ai santuari, i pellegrinaggi, le processioni, la 'via crucis', le danze religiose, il Rosario, le medaglie, ecc.” (Catechismo n. 1674). Altri sacramentali sono l'acqua benedetta, il segno della croce, lo scapolare e le candele.
Ricordiamo allora che “la superstizione è la deviazione del sentimento religioso e delle pratiche che esso impone. Può anche presentarsi mascherata sotto il culto che rendiamo al vero Dio, per esempio, quando si attribuisce un'importanza in qualche misura magica a certe pratiche, peraltro legittime o necessarie”.
“Attribuire alla sola materialità delle preghiere o dei segni sacramentali la loro efficacia, prescindendo dalle disposizioni interiori che richiedono, è cadere nella superstizione” (cfr. Mt 23, 16-22)” (Catechismo, n. 2111).
Questo articolo parla dell'importanza della disposizione interiore per non cadere nella superstizione.
Cos'è la disposizione interiore? Dare a Dio il posto giusto e corretto che gli spetta nella nostra vita. Il nostro cuore sia pieno di Lui, le nostre intenzioni siano risposta alla sua volontà e rifugiarci tra le sue braccia, ovvero donarci umilmente a Lui.
Si tratta, quindi, di purificare il nostro rapporto con Dio. Dobbiamo iniziare il nostro rapporto con Dio con una sana, retta e seria disposizione interiore attraverso i sacramenti, la fedeltà alla dottrina e al magistero della Chiesa e il retto uso dei sacramentali. In quest'ordine.
Un altro aspetto della superstizione è servirci della dimensione religiosa per entrare in contatto con realtà estranee, realtà oscure (alcune delle quali pericolose) per “dislocare” l'unico Dio vivo e vero.
È ovvio che il cristiano o l'essere umano deve saper chiudere la porta a tutto ciò che lo allontana da Dio e dalla salvezza. Un buon cristiano deve sapere che le pratiche superstiziose e la fede corretta in Dio sono incompatibili.
E perché sono incompatibili? Perché in tutte queste pratiche c'è l'assenza di qualsiasi spiegazione logica, c'è assenza di razionalità. Si tratta di credenze estranee alla fede cattolica, oltre a costituire un peccato.
Potremmo chiederci come sia possibile che ancora oggi ci sia tanta superstizione, visto che viviamo in un'epoca di grande progresso scientifico. Ci sono varie risposte.
1.- La prima risposta è che la persistenza delle varie forme di superstizione è dovuta a una presentazione ed esposizione insufficiente o inadeguata del messaggio cristiano.
È ciò che è stato già spiegato in precedenza con il tema dei sacramentali. Spesso la pratica superstiziosa, proprio per il semianalfabetismo religioso, si associa ad elementi cristiani. È tipica la recita “vuota” di determinate preghiere per trovare oggetti perduti e cose del genere.
Per questo si richiama l'attenzione degli agenti di pastorale a favore di una catechesi e di una predicazione più in sintonia con il messaggio di Cristo, e quella dei fedeli stessi perché si interessino ad approfondire seriamente i contenuti della fede.
La superstizione è ignorare il Dio unico e vero: “Ma un tempo, per la vostra ignoranza di Dio, eravate sottomessi a divinità, che in realtà non lo sono; ora invece che avete conosciuto Dio, anzi da lui siete stati conosciuti, come potete rivolgervi di nuovo a quei deboli e miserabili elementi, ai quali di nuovo come un tempo volete servire? Voi infatti osservate giorni, mesi, stagioni e anni! Temo per voi che io mi sia affaticato invano a vostro riguardo” (Gal 4, 8-11).
2.- La seconda risposta è nel fatto che tutte le forme di superstizione si basano sull'insicurezza esistenziale dell'essere umano di fronte agli eventi più vari della vita individuale e collettiva e sulla sua necessità innata di difendersi dai rischi possibili o reali che può trovare.
3.- La terza risposta è che molti vedono le varie forme di superstizione come un sostegno psicologico perché l'umanità è sempre vissuta afflitta da paure: paura della morte, delle cose sconosciute, dell'aldilà...
4.- La quarta risposta è che ricorrere alle varie pratiche superstiziose è un modo di evadere le responsabilità, visto che le superstizioni fanno sì che la gente incolpi delle proprie disgrazie la cattiva sorte o cerchi nella buona sorte un cammino facile per avere tutto senza sforzi.
5.- La quinta risposta è la pretesa errata di manipolare la realtà a nostro piacimento. Le superstizioni riflettono il desiderio che una cosa diventi realtà o di evitare che ci accada qualcosa di brutto.
6.- La sesta risposta è che Satana, il padre della menzogna, nel suo impegno per allontanare l'essere umano da Dio e dall'opera di redenzione ha voluto avvalersi dei timori fondati o infondati perché attraverso la superstizione l'essere umano si rifugi in cose ingannevoli, false e peccaminose cadendo nelle sue mani.
“Tutte le forme di divinazione sono da respingere: ricorso a Satana o ai demoni, evocazione dei morti o altre pratiche che a torto si ritiene che 'svelino' l'avvenire. La consultazione degli oroscopi, l'astrologia, la chiromanzia, l'interpretazione dei presagi e delle sorti, i fenomeni di veggenza, il ricorso ai medium manifestano una volontà di dominio sul tempo, sulla storia ed infine sugli uomini ed insieme un desiderio di rendersi propizie le potenze nascoste. Sono in contraddizione con l'onore e il rispetto, congiunto a timore amante, che dobbiamo a Dio solo” (Catechismo, n. 2116).
Per questo Dio ha dato chiare istruzioni al suo popolo Israele: “Non si trovi in mezzo a te chi immola, facendoli passare per il fuoco, il suo figlio o la sua figlia, né chi esercita la divinazione o il sortilegio o l'augurio o la magia; né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore” (Dt 18,10-12).
Come si è detto, parte della superstizione è la pratica errata dello spiritismo, l'invocazione dei defunti. A questo proposito, la Bibbia dice: “i morti non sanno nulla” (Qo 9, 5).
L'apostolo Paolo ha esortato i superstiziosi abitanti di Licaonia dicendo loro: “Vi predichiamo di convertirvi da queste vanità al Dio vivente che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano” (At 14, 15).
Ricorrere alle varie forme di superstizione non solo rappresenta un'offesa a Dio, ma è anche una negazione della dignità dell'uomo.
È un'offesa a Dio perché diminuisce o annulla la sua sovranità sulla creazione, ed è una negazione dell'essere umano perché fa dell'uomo un burattino alla mercè e al capriccio di cose inanimate, togliendogli in definitiva l'uso del dono più bello, che è quello della razionalità.
Per questo la Chiesa si oppone a divinazione, amuleti, astrologia (che non è sinonimo di astronomia), stregoneria, spiritismo, oroscopi, magia e medium, meditazione trascendentale, New Age, ecc.
Per questo motivo, i cristiani autentici devono tenersi lontani dalla superstizione: “Non lasciatevi legare al giogo estraneo degli infedeli. Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l'iniquità, o quale unione tra la luce e le tenebre? Quale intesa tra Cristo e Beliar, o quale collaborazione tra un fedele e un infedele? Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, come Dio stesso ha detto: Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò” (2 Cor 6, 14-16).
Per procedere nella vita sulla giusta via bisogna solo confidare in Gesù, che è la via, la verità e la vita. Sì, Gesù è la verità che ci rende liberi. “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”, ha detto (Gv 8, 32).
È quindi importante relazionarci con Gesù, con un Gesù che non è astratto, teorico, intangibile o irreale ma con un Gesù capo della Chiesa, che è presente e agisce soprattutto nei sacramenti.
Relazionarci correttamente a Gesù e a tutto ciò che sana o è santamente collegato a Lui fa parte della buona disposizione menzionata in precedenza. (Da Aleteia)

 
 
 

Omelia di Papa Francesco per la Santa Messa, la benedizione e l'imposizione delle ceneri, pronunuciata nella Basilica di Santa Sabina mercoledì 5 marzo 2014:

 

«Laceratevi il cuore e non le vesti» (Gl 2,13).

Con queste penetranti parole del profeta Gioele, la liturgia ci introduce oggi nella Quaresima, indicando nella conversione del cuore la caratteristica di questo tempo di grazia. L’appello profetico costituisce una sfida per tutti noi, nessuno escluso, e ci ricorda che la conversione non si riduce a forme esteriori o a vaghi propositi, ma coinvolge e trasforma l’intera esistenza a partire dal centro della persona, dalla coscienza. Siamo invitati ad intraprendere un cammino nel quale, sfidando la routine, ci sforziamo di aprire gli occhi e le orecchie, ma soprattutto aprire il cuore, per andare oltre il nostro "orticello".

Aprirsi a Dio e ai fratelli. Sappiamo che questo mondo sempre più artificiale ci fa vivere in una cultura del "fare", dell’"utile", dove senza accorgercene escludiamo Dio dal nostro orizzonte. Ma anche escludiamo l’orizzonte stesso! La Quaresima ci chiama a "riscuoterci", a ricordarci che noi siamo creature, semplicemente che noi non siamo Dio. Quando io guardo nel piccolo ambiente quotidiano alcune lotte di potere per occupare spazi, io penso: questa gente gioca a Dio Creatore. Ancora non si sono accorti che non sono Dio.

E anche verso gli altri rischiamo di chiuderci, di dimenticarli. Ma solo quando le difficoltà e le sofferenze dei nostri fratelli ci interpellano, soltanto allora possiamo iniziare il nostro cammino di conversione verso la Pasqua. E’ un itinerario che comprende la croce e la rinuncia. Il Vangelo di oggi indica gli elementi di questo cammino spirituale: la preghiera, il digiuno e l’elemosina (cfr Mt 6,1-6.16-18). Tutti e tre comportano la necessità di non farsi dominare dalle cose che appaiono: quello che conta non è l’apparenza; il valore della vita non dipende dall’approvazione degli altri o dal successo, ma da quanto abbiamo dentro.

Il primo elemento è la preghiera. La preghiera è la forza del cristiano e di ogni persona credente. Nella debolezza e nella fragilità della nostra vita, noi possiamo rivolgerci a Dio con fiducia di figli ed entrare in comunione con Lui. Dinanzi a tante ferite che ci fanno male e che ci potrebbero indurire il cuore, noi siamo chiamati a tuffarci nel mare della preghiera, che è il mare dell’amore sconfinato di Dio, per gustare la sua tenerezza.

La Quaresima è tempo di preghiera, di una preghiera più intensa, più prolungata, più assidua, più capace di farsi carico delle necessità dei fratelli; preghiera di intercessione, per intercedere davanti a Dio per tante situazioni di povertà e di sofferenza.
Il secondo elemento qualificante del cammino quaresimale è il digiuno. Dobbiamo stare attenti a non praticare un digiuno formale, o che in verità ci "sazia" perché ci fa sentire a posto.
Il digiuno ha senso se veramente intacca la nostra sicurezza, e anche se ne consegue un beneficio per gli altri, se ci aiuta a coltivare lo stile del Buon Samaritano, che si china sul fratello in difficoltà e si prende cura di lui.

Il digiuno comporta la scelta di una vita sobria, nel suo stile; una vita che non spreca, una vita che non "scarta". Digiunare ci aiuta ad allenare il cuore all’essenzialità e alla condivisione. E’ un segno di presa di coscienza e di responsabilità di fronte alle ingiustizie, ai soprusi, specialmente nei confronti dei poveri e dei piccoli, ed è segno della fiducia che riponiamo in Dio e nella sua provvidenza.
Terzo elemento, l’elemosina: essa indica la gratuità, perché nell’elemosina si dà a qualcuno da cui non ci si aspetta di ricevere qualcosa in cambio. La gratuità dovrebbe essere una delle caratteristiche del cristiano, che, consapevole di aver ricevuto tutto da Dio gratuitamente, cioè senza alcun merito, impara a donare agli altri gratuitamente. Oggi spesso la gratuità non fa parte della vita quotidiana, dove tutto si vende e si compra. Tutto è calcolo e misura.

L’elemosina ci aiuta a vivere la gratuità del dono, che è libertà dall’ossessione del possesso, dalla paura di perdere quello che si ha, dalla tristezza di chi non vuole condividere con gli altri il proprio benessere. Con i suoi inviti alla conversione, la Quaresima viene provvidenzialmente a risvegliarci, a scuoterci dal torpore, dal rischio di andare avanti per inerzia. L’esortazione che il Signore ci rivolge per mezzo del profeta Gioele è forte e chiara: «Ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12).

Perché dobbiamo ritornare a Dio? Perché qualcosa non va bene in noi, non va bene nella società, nella Chiesa e abbiamo bisogno di cambiare, di dare una svolta. E questo si chiama avere bisogno di convertirci! Ancora una volta la Quaresima viene a rivolgere il suo appello profetico, per ricordarci che è possibile realizzare qualcosa di nuovo in noi stessi e attorno a noi, semplicemente perché Dio è fedele, è sempre fedele, perché non può rinnegare se stesso, continua ad essere ricco di bontà e di misericordia, ed è sempre pronto a perdonare e ricominciare da capo. Con questa fiducia filiale, mettiamoci in cammino!


Udienza Generale Mercoledì 27 Febbraio2013


TESTAMENTO DI BENEDETTO XVI

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato!
Distinte Autorità!
Cari fratelli e sorelle!

Vi ringrazio di essere venuti così numerosi a questa mia ultima Udienza generale.
Grazie di cuore! Sono veramente commosso! E vedo la Chiesa viva! E penso che dobbiamo anche dire un grazie al Creatore per il tempo bello che ci dona adesso ancora nell’inverno.
Come l’apostolo Paolo nel testo biblico che abbiamo ascoltato, anch’io sento nel mio cuore di dover soprattutto ringraziare Dio, che guida e fa crescere la Chiesa, che semina la sua Parola e così alimenta la fede nel suo Popolo. In questo momento il mio animo si allarga ed abbraccia tutta la Chiesa sparsa nel mondo; e rendo grazie a Dio per le «notizie» che in questi anni del ministero petrino ho potuto ricevere circa la fede nel Signore Gesù Cristo, e della carità che circola realmente nel Corpo della Chiesa e lo fa vivere nell’amore, e della speranza che ci apre e ci orienta verso la vita in pienezza, verso la patria del Cielo.
Sento di portare tutti nella preghiera, in un presente che è quello di Dio, dove raccolgo ogni incontro, ogni viaggio, ogni visita pastorale.
Tutto e tutti raccolgo nella preghiera per affidarli al Signore: perché abbiamo piena conoscenza della sua volontà, con ogni sapienza e intelligenza spirituale, e perché possiamo comportarci in maniera degna di Lui, del suo amore, portando frutto in ogni opera buona (cfr Col 1,9-10).
In questo momento, c’è in me una grande fiducia, perché so, sappiamo tutti noi, che la Parola di verità del Vangelo è la forza della Chiesa, è la sua vita. Il Vangelo purifica e rinnova, porta frutto, dovunque la comunità dei credenti lo ascolta e accoglie la grazia di Dio nella verità e nella carità. Questa è la mia fiducia, questa è la mia gioia.
Quando, il 19 aprile di quasi otto anni fa, ho accettato di assumere il ministero petrino, ho avuto la ferma certezza che mi ha sempre accompagnato: questa certezza della vita della Chiesa dalla Parola di Dio. In quel momento, come ho già espresso più volte, le parole che sono risuonate nel mio cuore sono state: Signore, perché mi chiedi questo e che cosa mi chiedi? È un peso grande quello che mi poni sulle spalle, ma se Tu me lo chiedi, sulla tua parola getterò le reti, sicuro che Tu mi guiderai, anche con tutte le mie debolezze.
E otto anni dopo posso dire che il Signore mi ha guidato, mi è stato vicino, ho potuto percepire quotidianamente la sua presenza. È stato un tratto di cammino della Chiesa che ha avuto momenti di gioia e di luce, ma anche momenti non facili; mi sono sentito come san Pietro con gli Apostoli nella barca sul lago di Galilea: il Signore ci ha donato tanti giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca è stata abbondante; vi sono stati anche momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa, e il Signore sembrava dormire. Ma ho sempre saputo che in quella barca c’è il Signore e ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua.
E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare. Ed è per questo che oggi il mio cuore è colmo di ringraziamento a Dio perché non ha fatto mai mancare a tutta la Chiesa e anche a me la sua consolazione, la sua luce, il suo amore.
Siamo nell'Anno della fede, che ho voluto per rafforzare proprio la nostra fede in Dio in un contesto che sembra metterlo sempre più in secondo piano. Vorrei invitare tutti a rinnovare la ferma fiducia nel Signore, ad affidarci come bambini nelle braccia di Dio, certi che quelle braccia ci sostengono sempre e sono ciò che ci permette di camminare ogni giorno, anche nella fatica. Vorrei che ognuno si sentisse amato da quel Dio che ha donato il suo Figlio per noi e che ci ha mostrato il suo amore senza confini. Vorrei che ognuno sentisse la gioia di essere cristiano. In una bella preghiera da recitarsi quotidianamente al mattino si dice: «Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano…». Sì, siamo contenti per il dono della fede; è il bene più prezioso, che nessuno ci può togliere! Ringraziamo il Signore di questo ogni giorno, con la preghiera e con una vita cristiana coerente. Dio ci ama, ma attende che anche noi lo amiamo!
Ma non è solamente Dio che voglio ringraziare in questo momento. Un Papa non è solo nella guida della barca di Pietro, anche se è la sua prima responsabilità. Io non mi sono mai sentito solo nel portare la gioia e il peso del ministero petrino; il Signore mi ha messo accanto tante persone che, con generosità e amore a Dio e alla Chiesa, mi hanno aiutato e mi sono state vicine. Anzitutto voi, cari Fratelli Cardinali: la vostra saggezza, i vostri consigli, la vostra amicizia sono stati per me preziosi; i miei Collaboratori, ad iniziare dal mio Segretario di Stato che mi ha accompagnato con fedeltà in questi anni; la Segreteria di Stato e l’intera Curia Romana, come pure tutti coloro che, nei vari settori, prestano il loro servizio alla Santa Sede: sono tanti volti che non emergono, rimangono nell’ombra, ma proprio nel silenzio, nella dedizione quotidiana, con spirito di fede e umiltà sono stati per me un sostegno sicuro e affidabile. Un pensiero speciale alla Chiesa di Roma, la mia Diocesi! Non posso dimenticare i Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato, le persone consacrate e l’intero Popolo di Dio: nelle visite pastorali, negli incontri, nelle udienze, nei viaggi, ho sempre percepito grande attenzione e profondo affetto; ma anch’io ho voluto bene a tutti e a ciascuno, senza distinzioni, con quella carità pastorale che è il cuore di ogni Pastore, soprattutto del Vescovo di Roma, del Successore dell’Apostolo Pietro.
Ogni giorno ho portato ciascuno di voi nella preghiera, con il cuore di padre.
Vorrei che il mio saluto e il mio ringraziamento giungesse poi a tutti: il cuore di un Papa si allarga al mondo intero. E vorrei esprimere la mia gratitudine al Corpo diplomatico presso la Santa Sede, che rende presente la grande famiglia delle Nazioni. Qui penso anche a tutti coloro che lavorano per una buona comunicazione e che ringrazio per il loro importante servizio.
A questo punto vorrei ringraziare di vero cuore anche tutte le numerose persone in tutto il mondo, che nelle ultime settimane mi hanno inviato segni commoventi di attenzione, di amicizia e di preghiera. Sì, il Papa non è mai solo, ora lo sperimento ancora una volta in un modo così grande che tocca il cuore. Il Papa appartiene a tutti e tantissime persone si sentono molto vicine a lui. È vero che ricevo lettere dai grandi del mondo – dai Capi di Stato, dai Capi religiosi, dai rappresentanti del mondo della cultura eccetera. Ma ricevo anche moltissime lettere da persone semplici che mi scrivono semplicemente dal loro cuore e mi fanno sentire il loro affetto, che nasce dall’essere insieme con Cristo Gesù, nella Chiesa. Queste persone non mi scrivono come si scrive ad esempio ad un principe o ad un grande che non si conosce. Mi scrivono come fratelli e sorelle o come figli e figlie, con il senso di un legame familiare molto affettuoso. Qui si può toccare con mano che cosa sia Chiesa – non un’organizzazione, un’associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti. Sperimentare la Chiesa in questo modo e poter quasi toccare con le mani la forza della sua verità e del suo amore, è motivo di gioia, in un tempo in cui tanti parlano del suo declino. Ma vediamo come la Chiesa è viva oggi!
In questi ultimi mesi, ho sentito che le mie forze erano diminuite, e ho chiesto a Dio con insistenza, nella preghiera, di illuminarmi con la sua luce per farmi prendere la decisione più giusta non per il mio bene, ma per il bene della Chiesa. Ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi.
Qui permettetemi di tornare ancora una volta al 19 aprile 2005. La gravità della decisione è stata proprio anche nel fatto che da quel momento in poi ero impegnato sempre e per sempre dal Signore. Sempre – chi assume il ministero petrino non ha più alcuna privacy. Appartiene sempre e totalmente a tutti, a tutta la Chiesa. Alla sua vita viene, per così dire, totalmente tolta la dimensione privata. Ho potuto sperimentare, e lo sperimento precisamente ora, che uno riceve la vita proprio quando la dona. Prima ho detto che molte persone che amano il Signore amano anche il Successore di san Pietro e sono affezionate a lui; che il Papa ha veramente fratelli e sorelle, figli e figlie in tutto il mondo, e che si sente al sicuro nell’abbraccio della vostra comunione; perché non appartiene più a se stesso, appartiene a tutti e tutti appartengono a lui.
Il “sempre” è anche un “per sempre” - non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro. San Benedetto, il cui nome porto da Papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio.
Ringrazio tutti e ciascuno anche per il rispetto e la comprensione con cui avete accolto questa decisione così importante. Io continuerò ad accompagnare il cammino della Chiesa con la preghiera e la riflessione, con quella dedizione al Signore e alla sua Sposa che ho cercato di vivere fino ad ora ogni giorno e che vorrei vivere sempre. Vi chiedo di ricordarmi davanti a Dio, e soprattutto di pregare per i Cardinali, chiamati ad un compito così rilevante, e per il nuovo Successore dell’Apostolo Pietro: il Signore lo accompagni con la luce e la forza del suo Spirito.
Invochiamo la materna intercessione della Vergine Maria Madre di Dio e della Chiesa perché accompagni ciascuno di noi e l’intera comunità ecclesiale; a Lei ci affidiamo, con profonda fiducia.
Cari amici! Dio guida la sua Chiesa, la sorregge sempre anche e soprattutto nei momenti difficili. Non perdiamo mai questa visione di fede, che è l’unica vera visione del cammino della Chiesa e del mondo. Nel nostro cuore, nel cuore di ciascuno di voi, ci sia sempre la gioiosa certezza che il Signore ci è accanto, non ci abbandona, ci è vicino e ci avvolge con il suo amore. Grazie! 
 
 
 
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Data Ultimo Aggiornamento del Sito: 18/03/2017
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